Ifigenia

Ifigenia: da oggetto sacrificale all’urlo femminista

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Tutti conoscono grossomodo gli eventi che secondo la mitologia hanno condotto alla guerra di Troia e l’epilogo della stessa, fosse anche solo per l’ausilio di film dal budget multimilionario come Troy.  Una guerra apparentemente sciocca agli occhi degli studenti che si affacciano ai grandi poemi epici che narrano le vicende scaturite dal rapimento di Elena, moglie del Re di Sparta.

Fu questo il viso che varò mille navi e bruciò le torri immense di Troia?
– Dottor Faust, Cristopher Marlowe

Ma le mille navi greche non attraversarono il mare per la bellezza di una donna e le immense torri d’Ilio non furono bruciate per amore, o per la bruciante gelosia di un marito.
Tutti i Re greci abbandonarono le proprie case per tenere fede a una promessa effettuata quando ancora tutti si contendevano Elena in matrimonio: proteggere l’onore di chiunque lei avesse scelto come marito.
Tutti si riunirono attorno a Menelao di Sparta e a suo fratello Agamennone, Re di Micene e comandante dell’esercito acheo, per tenere fede a una promessa d’onore, che infranta li avrebbe resi indegni di fronte agli Dei.
E l’onore (τιμή) è un tema centrale dell’epica, perché è ciò che – in ultimo – ogni eroe in un modo o nell’altro desidera. Non c’è quindi da stupirsi se varò mille navi e bruciò le immense torri di Troia. 

Ma prima di tutto questo, prima dell’Ira di Achille e prima della caduta di Troia e del ritorno a casa di Odisseo, c’era Ifigenia, la più bella delle figlie di Agamennone. Una bambina ai nostri occhi ma il cui sacrificio permise di placare la furia di Artemide e fece tornare a soffiare il vento sulle vele degli achei. Il suo ruolo è narrato in due distinte tragedie di Euripide del V secolo a.C. : Ifigenia in Tauride e Ifigenia in Aulide, scritte rispettivamente nel 413 e 405 a.C.. Ma che trattano le vicende della protagonista in maniera cronologicamente inversa.

La protagonista dell’Ifigenia in Tauride è una figura macabra, una donna amareggiata che racconta di come sia stata immolata dal padre sull’altare per rabbonire Artemide e far cessare la bonaccia che impediva alle navi di prendere il largo. La giovane, grazie all’astuzia di Odisseo, venne attirata in Aulide – dove si era radunata la flotta greca – con la promessa di essere data in sposa ad Achille, a sua volta inconsapevole dell’inganno. Ifigenia prosegue spiegando come invece, nonostante le mille preghiere al padre, sia stata sacrificata sull’altare della Dea, che la sostituì con una cerva per poi condurla in Tauride. Lì il suo compito è consacrare come vittime gli stranieri che giungono in questa terra, in un ripercorrersi ciclico dell’orrore che l’ha vista protagonista.
Non c’è stata alcuna scelta nè nel suo sacrificio nè nella sua salvezza, e il lettore – o lo spettatore – si trova davanti a una donna amareggiata dalla guerra, che non riesce a perdonare il padre e che non è stata altro che un oggetto, una comparsa nelle gesta eroiche dei protagonisti dell’Iliade.

Ifigenia in Aulide invece presenta una narrazione diversa, a partire dagli eventi esposti. La storia non è più raccontata da un’ormai donna sopravvissuta al massacro ed esule in terra straniera, ma espone gli eventi che hanno condotto al suo sacrificio, a partire dall’arrivo in Aulide, dove era convinta che ad attenderla ci fosse un matrimonio.
In questa tragedia Euripide ha corretto il mito introducendone una variante inedita: Ifigenia non è più un semplice oggetto sacrificale sballottato da un lato dall’altro della Grecia per poi finire sull’altare senza se e senza ma: affronta volontariamente la morte, in un’accettazione eroica del sacrificio.
L’opera si apre mostrando una ragazzina inconsapevole del proprio destino e felice di rivedere finalmente il padre e di sposare un eroe come Achille. Quando però arriva la realizzazione dell’inganno, si dispera supplicando la madre di salvarla e Agamennone, suo padre,  di risparmiarle la vita. Sul finire del suo percorso però arriva la decisione definitiva – contro la volontà di Clitemnestra, sua madre, e di Achille stesso – di offrirsi volontariamente ad una morte gloriosa, che ricopra lei di onore e dia gloria alla Grecia tutta.

Non devo nemmeno amarla troppo, questa mia vita…Tu mi hai generata per tutti i greci, e non per me sola.
-Ifigenia, Ifigenia in Aulide

L’intero dramma è costruito attorno a figure maschili volubili, oscillanti nei sentimenti e nelle scelte. A partire da Agamennone, padre pentito che per tutta la prima metà dell’opera è combattuto e viene costretto dal fratello ad accettare quella che sembra un’inevitabile fine per la figlia, fino ad arrivare ad Achille, eroe di pura facciata.
Il ritratto che infatti l’autore traccia di lui è impietoso.  La sua natura arrogante e narcisistica viene messa in luce sin dai primi versi del dialogo con Clitemnestra. Venendo infatti a conoscenza dell’inganno con cui lei e la figlia sono state condotte in Aulide, Achille non mostra alcun tipo di compassione per la giovane, o per il dolore di una madre che di lì a breve si vedrà strappata la propria prole,  ma solo lo sdegno di un uomo che ha visto il proprio buon nome strumentalizzato e il proprio prestigio messo a rischio. Ed è solo nel momento in cui vede nell’aiuto che può offrire alla donna e alla giovane il riscatto del proprio onore che si offre di ribaltare la situazione, e garantire la salvezza di Ifigenia.

Non accadrà che tua figlia sia uccisa da suo padre dopo essere stata detta mia sposa.
No mi presterò alle trame di tuo marito,perché sarebbe il mio nome ad aver ucciso tua figlia
[…]
Sarei il più infame degli Argivi, una nullità, 
figlio non di Peleo, ma di un demone maligno.
– Achille, Ifigenia in Aulide

Il solo momento in cui Achille si avvicina emotivamente alla ragazza è quello in cui lei decide di accettare il proprio destino e di avviarsi a braccia aperte a una morte gloriosa, che verrà tramandata dai racconti di tutti i soldati achei. L’uomo, invaghito del suo valore – la τιμή di cui si è parlato ad inizio articolo, tema centrale dei grandi poemi epici e fine ultimo di tutti gli eroi – fino a desiderarla come sposa, cerca di invitarla a riflettere sull’atrocità della morte, di spingerla a cambiare idea.

Ifigenia invece, inizialmente atterrita alla prospettiva della morte, evolve da creatura fragile e indifesa, stretta al seno materno alla ricerca di protezione, a eroina che trova in sè stessa la forza di affrontare la propria fine. Al posto di conquistarsi la gloria tramite il matrimonio con il più forte tra i regnanti greci, lo fa immolandosi per loro.

Io di questa mia vita faccio dono alla grecia, 
sacrificatemi! Distruggete Troia.
Questo è il ricordo che lascerò di me.
Ifigenia, Ifigenia in Aulide

L’affermazione stessa di Ifigenia, nel momento in cui Achille si offre di affrontare l’intero esercito greco per salvarla,  che la vita di un solo uomo vale più di quella di migliaia di donne non è altro che l’ennesima denuncia dell’opera dell’inadeguatezza di tutti gli uomini che circondano una ragazzina così tenera, ma che sul finire dell’opera riesce a mostrarsi così forte, soppiantando i timori, i dubbi e i sotterfugi di tutti gli altri protagonisti.
Il suo non è più un sacrificio, ma un’offerta volontaria e consapevole, affrontata con la stessa gioia e la stessa determinazione del matrimonio che le era stato promesso.  Ifigenia si è conquistata il suo destino e forse, persino la salvezza grazie alla mano benevola di Artemide.

In età contemporanea tutti i protagonisti di queste vicende sarebbero considerati folli, e Ifigenia tutto tranne che un’icona femminista. Ma immersa in un mondo dominato dalla virilità degli eroi e da regole che dettano ogni passo dei personaggi, la ragazzina in età appena puberale descritta da Euripide spicca sulla massa di donne-oggetto impegnate a subire le vicende degli uomini e si guadagna un ruolo centrale, così come la gloria che tutti i protagonisti dell’epica vanno cercando. Questo grazie ad un cambio narrativo apparentemente infinitesimale, ma che ha ribaltato interamente sia la figura di Ifigenia che il significato del suo viaggio all’altare sacrificale: la scelta.

La sua presa di posizione, per quanto spinta da ideali arcaici, la rende artefice del proprio destino, padrona di una sorte inaccettabile agli occhi del lettore moderno, ma consapevole. E non basta forse questo a fare di una donna – qualsiasi sia il contesto in cui si muove – una femminista?

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Aspirante giornalista, aspirante scrittrice, aspirante dominatrice del pianeta e aspirante cittadina di un paese in cui tutti vengano trattati alla stessa maniera, ho iniziato a scrivere un nefasto giorno della mia infanzia e da allora non ho più smesso. Femminista un po’ per caso e paladina dei diritti civili per vocazione, ho un sogno del cassetto: arrivare al governo ed istituire il reato di stupidità manifesta. Su Controverso parlerò di tutto ciò che non va nel mondo e nei suoi abitanti, il che ci garantirà argomenti di discussione per i prossimi dieci anni.

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