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Cenerentola Siriana: Rojava

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E purtroppo per te, caro il mio Lettore, le tue speranze che io parli della Disney finiscono qui.

Rojava, che all’anagrafe si chiama Rojavayê Kurdistanê, infatti non è una persona. E’ un luogo, una bella storia, una regione della Siria, l’orientale e più insignificante pezzo di Kurdistan.

Chiunque abbia aperto un giornale negli ultimi trent’anni avrà sentito nominare il Kurdistan. C’è chi fino agli anni ’90 lo associava ai combattenti del PKK impegnati in una guerra per l’indipendenza kurda in Turchia. Altri, più recentemente, lo associano al il Kurdistan Iraqeno, l’unica zona dell’Iraq a non essere completamente nella merda dal 2003Pochi però sanno che di Kurdistan ce n’è un terzo (e un quarto in Iran a dirla tutta, ma quella è un’altra storia).

Azzurro, Rosa e Blu i tre cantoni del Rojava. In giallo, il territorio rivendicato ma non controllato

Il Kurdistan Siriano, Rojava, ha evitato la luce dei riflettori a lungo per essere sostanzialmente il cugino calmo, piccino, geograficamente trascurabile degli altri Kurdistan. Quello dove il governo non arriva ogni due giorni a sparare agli abitanti, uno di quelli che l’autonomia (o addirittura l’indipendenza politica) l’ha sempre vista come una cosa un po’ si, vabbè, però anche no.

Finché — rollo di tamburi — bum. Scena uno, la Guerra Civile Siriana.

Non starò qui a dilungarmi sul come, chi, quando, cosa e perché della Guerra Civile Siriana: non basterebbe un articolo, e se ne riparlerà un’altra volta. Qui vogliamo parlare di Rojava, e del perché il cugino piccolo e sfigato finalmente si merita delle attenzioni. Tutte le nostre attenzioni.

Mentre il resto della nazione andava a fuoco — letteralmente -, gli abitanti del Rojava hanno costruito un vero e proprio miracolo socio-politico. I due partiti politici principali della regione, dopo decenni di diatribe, hanno visto il nemico comune e si sono uniti in un singolo governo, con rappresentanza fifty-fifty da ambo le parti, con un numero di donne in rappresentanza identico a quello degli uomini. Nel 2012, quando l’uscita dei soldati siriani dalle città kurde ha marcato la data ufficiosa di autonomia del Rojava, la regione era l’unica zona di tutto il paese — tolto l’enorme deserto nel mezzo in cui non abita quasi nessuno — ad essere stabile, tollerante e (relativamente) pacifica.

Magari sono io che mi eccito facilmente, ma ci tengo a sottolineare che queste tre paroline non sono esattamente all’ordine del giorno quando si parla di quella regione del mondo lì. Le elezioni sono libere e democratiche, c’è parità tra i sessi, etnie e religioni: arabi, kurdi, turkmeni e assiri, cristiani, musulmani e yazidi, uomini e donne, vivono in pace ed in armonia. E se anche quel “relativamente” rovina un po’ l’idea idilliaca che ti sei fatto, mio caro Lettore, pensa un po’ a come sta la gente fuori dal Rojava.

Ovvio. Non è il paradiso in terra. Qualcosa da ridire, Human Rights Watch, l’ha comunque avuta. Il Kurdistan Siriano non è una bella bionda Disney e non parla con i topolini. In Siria, gli uccellini non cantano con te, le sorellastre tagliano i talloni agli altri, e la Fata Madrina…eh. Andiamo per punti.

Scena due, 2014, entrano le sorellastre.

Le sorellastre di Rojava anche in questo caso, non hanno legami di parentela con Cenerentola. Sono brutte e cattive, gelose della bella, effetto indesiderato di un matrimonio combinato — male — nel passato e si chiamano Isis e Turchia. A Turchia, Rojava sta sulle palle perché le ricorda il PKK, perché dei kurdi ne ha fin sopra ai capelli, e l’ultima cosa che vuole è avere un’altra regione autonoma kurda alle porte. Isis invece è…beh, una pazza assassina.

Da un lato, la nostra povera Cenerentola ha Isis intenzionata a farla a pezzi, attaccando ripetutamente le città del cantone orientale del Rojava. Isis è meglio armata, con più uomini, e ideologicamente opposta. Dall’altro c’è la Turchia, con cui praticamente tutto il Rojava condivide il confine nord, e che piuttosto che aiutare dei kurdi, aiuta logisticamente Isis nei suoi attacchi. A Isis stanno sulle scatole i kurdi perché laici, tolleranti e anti-jihadisti. A Turchia stanno sulle scatole i kurdi perché…sono kurdi.

Nel settembre 2014, Isis arriva alle porte di Kobanî, (o Kobanê, che dir si voglia). Qui, le YPG — Unità di Protezione Popolari, l’esercito di Rojava — danno il meglio di loro. In un assedio che dura fino al Gennaio 2015, la città viene praticamente rasa al suolo, ma i kurdi resistono così eroicamente, che perfino Zerocalcare ci ha fatto un fumetto. Da soli? Mi piacerebbe poterlo dire ma no. No. Resistono grazie alla Fata Madrina.

E la Fata Madrina siamo noi.

Noi, gli altri. Noi, pecore da media. Noi che prima di Kobanê, del Rojava non avevamo nemmeno sentito parlare, e che quando le prime notizie a riguardo sono arrivate, eravamo tutti lì incollati agli schermi. Noi che abbiamo sconfitto Joseph Kony a suon di like.

E abbiamo avuto Vice, i Leoni di Rojava — una specie di Legione Straniera nell’YPG — e i famosi bikers tedeschi, gli aiuti umanitari, le armi e perfino i bombardamenti aerei da parte della NATO.

La Fata Madrina — o almeno il suo lato incarnato nel governo americano — è perfino riuscita a fare in modo che la Turchia lasciasse soldati kurdi iraqeni attraversare il suo territorio per andare ad aiutare i loro cugini sfigati a Kobanê. Roba che una zucca, dei cavalli ed un vestito in confronto son’ noccioline.

Quando Isis, il 26 Gennaio 2015, se ne è andata dalla periferia della città con la coda tra le gambe, i social network sono esplosi. Come esplodi tu, Lettore, quando alla fine di Independence Day salta in aria l’astronave aliena. E’ un bel momento. Cenerentola bacia il principe, c’è finalmente un lieto fine che a noi, ipocriti e passivi spettatori della vicenda, piace tanto.

Quello che temo io è che, come si fa alla fine di un film con il lieto fine, ora il pubblico si alzi, e con il cuoricino riscaldato se ne torni a casa a farsi i cazzi propri. Tanto dopo i titoli di coda il film finisce, no? Qui però si parla di persone. Di un esperimento politico unico, qualcosa che, come ha detto l’avvocato per i diritti umani Margaret Owen, “dimostra quanto è possibile”.

Ci siamo alzati, e aiutando i kurdi nella loro lotta contro Isis li abbiamo legittimati. L’autonomia del Rojava è stata guadagnata con il sangue ed il sacrificio, e noi, da brava Fata Madrina dei pezzenti, ci siamo per l’ennesima volta eretti a suoi difensori. C’è questa abitudine, per noi della Fata Madrina, di aiutare chi ci fa comodo ed abbandonarlo ai suoi nemici quando la sua utilità giunge al termine. Oggi, sguazziamo nell’orgoglio di aver aiutato nella preservazione di un esperimento democratico e tollerante in una parte del mondo in cui cose simili sono più uniche che rare.

Quando però in Siria la guerra finirà, e al regime — qualunque esso sia — non piacerà l’idea di una regione kurda al nord del paese, saremo lì a darle lo stesso supporto, o avremo già cambiato canale? Vogliamo vedere Cenerentola sposarlo, questo principe, o lasceremo che la favola finisca?


Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 10 Febbraio 2015 su Il Ballo del Cervello

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Laureato in una di quelle materie di cui si professa esperto anche il mio barista, mi sbraccio per non annegare nella mia misantropia. Odio quasi tutto, e quasi tutto odia me. Per rimanere nel personaggio, mi nutro quasi esclusivamente di alcolici, carne rossa ed aspartame, e solo perchè io e la nicotina ci siamo lasciati. Passo quindi le mie giornate a lamentarmi, a digrignare i denti e a scrivere, ma il tutto con una certa joie de vivre. Controverso è per me una scusa per dire quello che penso senza pagarne le conseguenze: mi occupo di politica per compiacere la mia famiglia, ma in realtà mi interessano solo i fumetti e i videogiochi.

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