Il sindaco di Roma Ignazio Marino in Campidoglio in occasione della presentazione del progetto di illuminazione artistica dei Fori Imperiali, Roma 16 settembre 2014. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

#IoStoConMarino, voi fate quello che volete.

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La nostra storia di oggi inizia così:

Giovedì scorso Ignazio Marino, sindaco di Roma, annuncia le sue dimissioni. Le annuncia dopo aver lottato contro l’opposizione, contro il suo stesso partito (il PD), contro la sua giunta e contro la stampa nazionale (se non a 360° a 300°) e dopo essersi trovato vittima di una macchina del fango così meschina, bassa e infima che mi hanno lasciato senza parole. In particolare, una menzione d’onore va a La Repubblica, in prima linea nella campagna mediatica diffamatoria.

Ho pensato molto a cosa scrivere, a cosa dire, a come spiegare lo sdegno e la vergogna che come cittadino di questo Paese provo dietro l’esecuzione silente di questa persona che stimo politicamente da tanti anni, sin da quando lo votai alle primarie del Partito Democratico (proprio quelle in cui Bersani vinse grazie alle sue truppe cammellate di fedelissimi contro Franceschini ed un outsider Marino). Ma credo che il modo più facile per parlare di questa faccenda, di cui oramai chiunque ha detto tutto quanto ci fosse da dire, sia prendendo in esanime le tre grandi “accuse” che vengono rivolte al dimissionario primo cittadino della capitale.

L’unica parentesi che vorrei fare in apertura riguarda però il particolare carattere distintivo del ruolo del sindaco rispetto a quello di altre figure politiche. Dal ’93 in poi, in Italia, il sindaco viene eletto in maniera diretta e non più con passaggi di partito: si vota il candidato, la persona, il brand politico:

“Il fattore, però, decisivo nel fare dei nuovi sindaci il laboratorio su scala locale della personalizzazione politica fu il rapporto strettissimo instauratosi tra i sindaci e i media. […] L’analisi del successo della rivoluzione dei sindaci non sarebbe, tuttavia, completa senza dare il dovuto riconoscimento a due componenti storiche della nostra tradizione politica […]: il municipalismo e il populismo. […] Issare il gonfalone dell’identità cittadina divenne, invece,una risorsa preziosa per i leader locali alla ricerca di un meccanismo di comunicazione con i propri elettori meno episodico e volubile della semplice scheda nell’urna. Difficilmente, tuttavia, questa risorsa sarebbe stata spendibile senza l’ingrediente particolare che molti tra i nuovi sindaci seppero aggiungere alla formula del proprio successo: un collaudato know-how populista. […] La capacità di aderire e far proprio il punto di vista della < gente comune >, con l’attenzione all’ascolto per i piccoli problemi e a concretezza delle soluzioni, l’enfasi sul coinvolgimento continuo della gente come condizione irrinunciabile per il buon governo e la <buona politica> (Il Partito Personale — A. Calise, 2000).

Con queste premesse, allacciate le cinture e lanciamoci nel mirabolante mondo delle accuse e delle colpe di Ignazio Marino.

1. PER FARE IL SINDACO DI ROMA DEVI ESSERE NATO A ROMA

La colpa più grande di Marino, a furor di polo, è il fatto di non essere romano. Se non sei romano, secondo questa teoria, non puoi fare bene il sindaco di Roma. Evidentemente deve esserci un tratto del DNA delle persone nate a Roma che le rende capaci, di default, di amministrare una città così grande e complessa come Roma… un po’ come Hitler nel Mein Kampf sosteneva che i popoli slavi fossero biologicamente inferiori ad altri e quindi da assoggettare e trattare come “i pellerossa d’America”, anche i politici non-romani sono biologicamente inferiori e quindi incapaci di governare Roma. Il tratto di DNA degli autoctoni capitolini invece li rende in grado di occuparsi di una vastità territoriale unica in Italia, che fa rabbrividire città come Napoli, Milano e Torino.

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Che poi mi chiedo, basta essere nati nel Lazio o devi essere proprio nato a Roma? C’è un quartiere che dà un pool genetico migliore, in termini di leadership municipale? Magari chi nasce alla Garbatella mica è come chi nasce in qualche zona del Flaminio, chissà! Per fare la prova del nove, sono andato a controllare i natali di Alemanno e… tutto torna! Alemanno non è romano de Roma, ma un alloctono, trasferitosi nella capitale a 12 anni e con genitori salentini. La scienza è stata riscritta dalla ggente, da coloro che detengono il vero sapere, da coloro che hanno studiato presso l’Università della Vita (e sono IMPIEGATI presso ME STESSO), da coloro che condividono questi manifesti intellettualmente all’avanguardia:

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2. MARINO ERA TROPPO ONESTO PER FARE IL SINDACO DI ROMA

Ad un gradino intellettuale leggermente più alto c’è chi invece dice che Marino era troppo onesto. In un illuminante post di Francesco Costa, troviamo questa dichiarazione:

“Il disastro di Marino è esattamente il prodotto della ricerca di candidati che siano soltanto e semplicemente “onesti”, che si candidano proponendosi come “anti-politici” quando per amministrare una normale città — figuriamoci Roma — è necessario certamente essere onesti ma servono anche moltissime altre qualità e ben più rare da trovare, oltre ad avere buone idee e buone intenzioni: serve avere una certa esperienza, cosa che Marino non aveva; serve avere un mostruoso talento di amministrazione, negoziato e gestione dei problemi, cosa che Marino non ha avuto; serve essere un politico esperto e capace, in grado di gestire — da solo o con uno staff — la sua presenza pubblica, le sue dichiarazioni e le pressioni sociali e mediatiche, interessate e disinteressate, che coinvolgono chiunque ricopra quell’incarico. Marino ha dimostrato di non avere queste qualità.”

Personalmente credo che Marino abbia commesso un solo vero unico e grande errore, che hanno commesso tanti altri sindaci “onesti”, a partire da De Magistris per finire con Pisapia. La comunicazione politica è forse la più difficile, soprattutto a livello locale. Parlare ai cittadini, che hanno con il sindaco un rapporto molto personale, per i motivi che spiegavo in apertura, è complesso. Spesso tutto il lavoro di un amministratore municipale si riduce a delle modifiche di norme, di meccanismi, al rinnovamento della macchina comunale… e queste cose non sono notiziabili, sono invisibili, le persone non se ne accorgono nemmeno. E’ come quando avete ospiti a casa e passate i tre giorni precedenti a pulire anche le fessure delle piastrelle del bagno: quando avrete finito, la casa sarà uno specchio, ma le persone che arriveranno a cena da voi non sapranno la fatica che avete fatto e probabilmente nemmeno noteranno il bianco innaturalmente candido delle fessure della maiolica. Per questo, l’abc della comunicazione politica a livello municipale insegna che oltre a lavorare alle “riforme invisibili” si debba scegliere una “grande opera”, qualcosa di visibile, di immediatamente vicino alla vita delle persone e usare questo come “contentino” da raccontare ai proprio elettori per assicurarsi la loro benevolenza. Non si tratta di prenderli in giro, ma di fornire loro qualcosa di più facile comprensione che non la riforma degli uffici di protocollo delle municipalità. Fin qui, Marino ha seguito il “manuale”, ha iniziato a lavorare dietro le quinte e poi con il progetto di pedonalizzazione del centro di Roma ha dato ai romani quella riforma evidente e visibile che fornisca una prova empirica del fatto che “il Signor Sindaco” sta lavorando per la città (tra l’altro, la scelta è la più manualistica di tutte, basti pensare che De Magistris poco prima di lui, nonché nei tempi d’oro anche Bassolino, avevano scelto proprio la viabilità e le ZTL). Ebbene Marino (e anche De Magistris e Pisapia), hanno poi però sperato che questo bastasse, senza curare la comunicazione, il loro brand politico, sicuri che questo si alimentasse positivamente da solo grazie al loro buongoverno. Ma il brand politico va curato come se fosse quello di un prodotto di largo consumo, cosa che loro non hanno fatto ed è qui la loro grande pecca, non nell’essere “troppo onesti”.

3. MARINO HA RUBATO COME HANNO RUBATO GLI ALTRI

Dall’altro lato della barricata evolutiva ci sono quelli che sostengono che Marino sia un ladro come gli altri, che si era presentato come un agnellino indifeso ed invece è un maledetto ladro corrotto colluso con la cricca, pardon, “crikka” dei poteri forti. Questo perché la deontologia dei giornalisti di La Repubblica hanno alzato un polverone su alcuni rimborsi per spese di rappresentanza del (quasi) ex sindaco della Capitale. Detto che le spese di rappresentanza, in Italia come in UK, negli Stati Uniti, in Giappone e in Spagna (e ovunque esistano relazioni politiche democratiche) sono un costo da sostenere per mantenere e creare opportunità di network che possono sfociare in un nulla di fatto ma anche in partnership positive per la città, opportunità di investimenti privati… insomma, fa parte del mestiere. Può non piacere alla ggente, ma è così, take it or leave it. Ma oltre alla ggente, anche La Repubblica sostiene che non sia giusto, tanto da accusare Marino di aver sperperato il dAnaro pubblico per motivi ingiustificati. Roma Fa Schifo ha approfondito la faccenda, andando oltre La Repubblica e andando a scoprire anche il trafiletto della stessa giornata in cui si chiariva l’errore, il “pasticcio”, in merito alla faccenda che di fatto scagiona Marino, agevolo il pezzo:

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4. MARINO NON HA PENSATO AI VERI PROBLEMI DI ROMA

La fiera del qualunquismo termina con questa accusa, ovvero che Marino non ha fatto nulla, nulla per la città che aveva promesso di salvare. Ebbene, anche qui mi viene in aiuto qualcuno sul Facebook che si è preso la briga di riassumere tutti gli interventi rilevanti del dott. Marino:

E ora?

Ora parte quella giostra di articoli di sostenitori e detrattori, gente che cerca di ricavare il proprio tornaconto da questa vicenda, da bravi sciacalli quali sono. La Repubblica ad esempio, dopo aver lanciato fango sulle spese di Marino (senza fondamento, come spiegato poco sopra), lo dipinge come un martire, un eroe. Il Governo sblocca i soldi del Giubileo, mentre Renzi invece sta pensando al commissariamento e a come evitare le urne, anche perché si andasse a votare sarebbe il M5S a vincere la tornata elettorale. E poi arrivano anche belle notizie, di personaggi che, in giro per il mondo, si mostrano solidali con il dimissionario primo cittadino ed è di oggi la manifestazione spontanea al Campidoglio, al grido di “Marino ripensaci”.
Ma marino Roma non se lo merita.

 

PS: Chicca trash, la Sabbbrrina nazionale difende Marino da Papa Francesco. Che dire, se l’ha capito lei e non voi, fatevi due domande.


 

Aldo Mastellone – leggimi su Medium

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