A woman holds a Palestinian flag during the 2014 FIFA World Cup qualification soccer match between Thailand and the Palestinian Territories at A-Ram stadium near Jerusalem July 28, 2011. REUTERS/Mohamad Torokman (WEST BANK - Tags: SPORT SOCCER)

Può la Palestina essere uno stato?

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Tra esattamente sette giorni Benjamin Netanyahu rischia di essere eletto Primo Ministro di Israele per un quarto mandato, salendo così sul podio insieme a Berlusconi e Putin nella classifica di quei presidenti che, pur non essendo ufficialmente dei dittatori, hanno decisamente rotto le palle ai propri paesi.

Qualunque risultato delle elezioni legislative per il 20° Knesset (il Parlamento di Israele) del 17 Marzo 2015 il mondo saprà: o Israele cambia rotta, e di brutto anche, oppure la politica estera della piccola nazione mediorientale si solidificherà in un modus operandi collaudato e difficilmente modificabile. Inutile raccontarsi frottole: se una nazione vota lo stesso controverso leader tre volte di fila, la gente vuole che le cose vadano come stanno andando.

Troppi di quelli che seguiranno queste elezioni però, le seguiranno con una convinzione sbagliata in testa. Troppi sono per qualche motivo convinti che dalle elezioni israeliane dipenda l’esistenza — o meno — di uno stato palestinese. E’ vero, finché il governo di Israele, chiunque lo componga, dirà no, uno stato non ci sarà. Ma se dicesse si? Se il 18 Marzo un nuovo parlamento dicesse ai palestinesi “siete liberi, via, sciò”?

Può la Palestina essere ciò che chiede di essere? è la Palestina in grado di essere uno stato?.

La risposta, ora come ora e molto semplicemente, è no.

Frena. Già ti vedo, mani sulla tastiera e keffyeh al collo, partigiano dell’Intifada elettronica, pronto a iniziare la tua piccola crociata ideologica nella sezione dei commenti. La mia risposta a questa domanda non è basata su argomenti morali, né intendo trattarli. C’è differenza tra quello che legalmente e praticamente è, e quello che dovrebbe essere (o che con il passare degli anni e il supporto di Israele e della comunità internazionale potrebbe essere). Io non ho né tempo né voglia di moderare i tuoi commenti infuocati, quindi mi limiterò a parlare della prima, e davanti ad un caffè, quando vorrai, perderemo tempo a parlare della seconda, speculando sulla terza.

La risposta, dicevo, è no. E ci sono due approcci per giustificarla.

Andiamo per punti.

L’Argomento Legale è uno dei più discussi. Cosa rende uno stato, nel Diritto Internazionale? Ci sono due diverse teorie sul cosa rende uno stato: la teoria Dichiarativa, e la teoria Costitutiva.

La teoria dichiarativa se ne frega completamente se sei stato riconosciuto o meno dagli altri stati come tale. Checché ne dicano Mahmoud Abbas o le Nazioni Unite, se non rispetti tutti i criteri della Convenzione di Montevideo del 1933, non sei uno stato. Punto. I criteri sono a) una popolazione permanente, b) un territorio definito, c) un governo funzionante con controllo sul territorio e d) la capacità di interagire con altri stati.

Che si consideri la popolazione palestinese come gli abitanti originari della regione (non lo sono), o semplicemente “gli arabi” della regione, non c’è argomento che possa negare che la Palestina soddisfi il primo criterio. Similmente, un territorio definito non ha necessariamente bisogno di un confine definito, che manca anche ad Israele, nonostante questo sia riconosciuto più o meno universalmente come stato. Anche il criterio d) inoltre è soddisfatto: la Palestina (o il suo governo ufficiale, l’Autorità Palestinese), ha relazioni diplomatiche con ed ambasciate in più di 100 statimembri delle Nazioni Unite, e rappresentanze all’Unione Europea, la Lega Araba eccetera.

Il problema nasce con il criterio c). Innanzitutto la Palestina non ha un governo con controllo effettivo su tutto il territorio, visto che dal 2007 il partito/gruppo paramilitare Hamas controlla la Striscia di Gaza (che quindi non può essere controllata dall’Autorità Palestinese). Inoltre, citando l’accademico James Crawford, un governo non può dichiarare di avere il controllo sul proprio territorio se è, anche temporaneamente, sotto occupazione da parte di uno stato terzo. Glissando sulla correttezza del termine “occupazione”, il criterio c) è ad oggi praticamente universalmente riconosciuto come non soddisfatto dalla Palestina.

Chi è a favore dello Stato Palestinese in genere si affida alla teoria costitutiva, che dice invece che — in parole povere — uno stato è tale se è riconosciuto come tale da tutti gli altri stati. La cosa tende ad essere controversa comunque, perché per quanto legalmente del riconoscimento non dovrebbe fregare a nessuno, politicamente è vitale. La Rhodesia del Sud, la Repubblica Serba di Bosnia, la Cecenia o il Somaliland erano (o nel caso del Somaliland, sono) tutte nazioni che rispettavano i criteri di Montevideo, eppure non sono mai stati riconosciuti come “veri stati”. La Palestina invece è riconosciuta da 135 nazioni su 193, un numero di poco inferiore a quello delle nazioni che riconoscono Israele. E’ tanto, dirai tu, ma purtroppo continua a non essere abbastanza. Il riconoscimento deve essere unanime, e supportato dal Consiglio di Sicurezza. Tre membri permanenti su cinque però, sono attivamente opposti alla cosa.

La conclusione dell’Argomento Legale è nel fatto che nessuna delle due teorie, prese singolarmente, è un effettivo criterio di cosa è uno stato. Molti stati post-coloniali africani non sarebbero mai diventati indipendenti se si fosse presa in considerazione solo la teoria dichiarativa, e a prendere in considerazione solo quella costitutiva, nemmeno Israele dovrebbe esistere. La Palestina però fallisce, anche se di poco, in entrambi i casi, e non può di conseguenza essere considerata uno stato, nemmeno ora che si chiama ufficialmente “Stato Palestinese”.

Stati che riconoscono la Palestina (in verde)

Ma d’altronde lo sappiamo tutti che non sempre la legge è rispettata.

Nasce quindi l’Argomento Pratico.

Nel mondo delle fate, alla prossima riunione del Consiglio di Sicurezza gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito dimenticano di mettere il veto ad una risoluzione per la creazione di uno stato palestinese indipendente. Il voto nell’Assemblea Generale è quasi unanime come lo è stato durante il voto per la risoluzione 67/19 per dare lo status di osservatore non-membro alla Palestina, e pum. La Palestina, sulla carta, è uno stato. Israele nel suo piccolo può battere i piedini quanto vuole, ma se le Nazioni Unite dicono che è così, è così.

E sarebbe un disastro.

Ora come ora — che ricordiamoci, è il periodo di cui stiamo parlando, in futuro chi lo sa — la Palestina non ha un’economia. Realisticamente, la nazione intera andrebbe in bancarotta nel giro di due ore dalla sua indipendenza. Il territorio coltivabile non è molto ed è mal sfruttato, non ci sono praticamente strutture energetiche, c’è pochissima acqua, le infrastrutture sono terzomondiane e la corruzione politica, ammesso e non concesso che Hamas e Fatah (il partito al controllo dell’Autorità Palestinese) si spartiscano pacificamente il governo, è a livelli da blocco sovietico. Nella migliore delle ipotesi la Palestina diventerebbe dipendente dall’aiuto straniero sia economico che umanitario. Nella peggiore, un sacco di gente morirebbe inutilmente, in numeri decisamente maggiori rispetto a quelli che il popolo palestinese soffre ora sotto un’occupazione che si, è militare e violenta, ma che si occupa anche di rifornire i territori occupati con cibo, acqua ed energia.

Dall’altro lato, Israele avrebbe tutto il diritto legale di fottersene altamente. Gli arabi israeliani diventerebbero Israeliani-Palestinesi, e non ci vuole una grande fantasia ad immaginarsi un governo di destra in Israele costringere i cittadini di etnia araba a decidere se essere israeliani o palestinesi. Credi che dopo settant’anni molti sceglierebbero Israele, per la comodità?

Decine di migliaia di palestinesi della West Bank, che ogni giorno entrano in Israele per lavorare perderebbero il posto e/o dovrebbero ogni giorno mostrare il passaporto alla frontiera, alzando la disoccupazione della nuova nazione a livelli devastanti, senza contare il singolo problema della divisione geografica della Palestina in due sezioni: West Bank e Striscia di Gaza. Il trasporto da un lato all’altro dovrebbe avvenire via terra o via ponte aereo, e in ognuno dei due casi, Israele avrebbe il diritto di negoziare un pagamento o addirittura negare il passaggio. Sarebbero cittadini stranieri, non ci sarebbe alcun obbligo di farli passare nel proprio spazio aereo o territorio.

Infine, se anche solo un cittadino di una Palestina indipendente, frustrato, tirasse un razzo in territorio israeliano, non sarebbe più una provocazione della resistenza, ma una dichiarazione di guerra, e le vittime di una guerra tra un Israele arrabbiato e una Palestina indipendente sarebbero inimmaginabili.

Bombardamenti su Gaza, 2014

No, quindi. L’argomento legale non può e non deve essere ignorato. L’argomento pratico purtroppo è quello che è, e se anche qualcuno — lo so — mi farà notare che non è certo colpa dei palestinesi, il fatto rimane. L’unico modo per sfatare entrambi gli argomenti è una pacifica ed attivacollaborazione tra i due vicini di casa, una collaborazione che costerà ad Israele e alla Palestina solo buona volontà da ambo le parti.

Lo slogan non può essere “Palestina Libera”. Lo slogan deve essere “Collaborate, Teste di Cazzo” (la seconda parte si può anche omettere). Un’indipendenza cacciata in gola agli israeliani — e al loro governo — sarebbe una tragedia illegale, tanto quanto è una tragedia illegale la situazione attuale. Ma una Palestina lasciata sola e divisa da Israele non riuscirebbe a sopravvivere. L’unica speranza che il mondo ha di vedere la pace in quella straordinariamente bella fetta di pianeta è nella collaborazione tra due popoli che si odiano per motivi idioti da troppo, troppo tempo.

E ora dimmi tu se l’elezione del prossimo Primo Ministro di Israele non è importante.

[Nota Bene: Un argomento legale non ha alcun valore se non supportato dall’autorità competente. Sono consapevole che l’argomento tocca personalmente le sensibilità di molte persone con troppo tempo libero, quindi se doveste avere dei dubbi sinceri sull’autorità legale di ciò che ho scritto, chiedete pure nei commenti o su facebook, a patto che siate educati]


Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 10 Marzo 2015 su Il Ballo del Cervello

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Laureato in una di quelle materie di cui si professa esperto anche il mio barista, mi sbraccio per non annegare nella mia misantropia. Odio quasi tutto, e quasi tutto odia me. Per rimanere nel personaggio, mi nutro quasi esclusivamente di alcolici, carne rossa ed aspartame, e solo perchè io e la nicotina ci siamo lasciati. Passo quindi le mie giornate a lamentarmi, a digrignare i denti e a scrivere, ma il tutto con una certa joie de vivre. Controverso è per me una scusa per dire quello che penso senza pagarne le conseguenze: mi occupo di politica per compiacere la mia famiglia, ma in realtà mi interessano solo i fumetti e i videogiochi.

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