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Putin il Pavone d’Ucraina

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L’argomento Ucraina ho provato fino all’ultimo ad evitarlo. Il motivo era semplice: se scrivo di qualcosa che sta ancora succedendo –  il cui risultato è ancora incerto –  e sbaglio clamorosamente, faccio la figura dell’idiota. Metto a repentaglio la mia  già poca autorità. E’ un rischio che sono disposti a correre tutti quelli che scrivono di politica. Il bello delle Scienze Politiche – e con loro quelle Sociali – è che non sono scienze e checché ne dica chiunque non c’è modo alcuno di prevedere un evento con assoluta certezza. Al massimo, grazie al cielo per chi come me lavora in questo campo, puoi abbozzarla quando ormai il risultato sembra palese. La skill del buon scienziato politico è rendersi conto per primo, anche solo un minuto prima degli altri, dell’evidenza.

Giuro che fino a qualche giorno fa, in un angolino molto nascosto del mio ormai cinico cuore, speravo che in Ucraina si sarebbe mosso qualcosa. Ma ora, caro Lettore, te lo posso proprio dire: 

No. La Guerra Civile Ucraina (o Guerra nel Donbass) è la più grossa pavonata a cui la politica mondiale abbia dovuto assistere dalla fine della Guerra Fredda. Dicesi pavonata quel conflitto irrisolvibile che nessuno ai piani alti si illude di poter risolvere, ma di cui si parla – e per cui ci si muove – ancora solo perché il mondo se lo aspetta. E’ evidente ormai che nessuno in Europa  – tolto il Presidente Ucraino Petro Poroshenko ovviamente – ha più la minima voglia di discutere con Putin (per l’Ucraina Orientale poi! ), ma la Merkel ed Hollande gonfieranno le piume fino alla fine per dimostrare che l’Europa è grande e forte. Smetteranno – perché smetteranno – solo quando noi smetteremo di guardare. Ossia presto, molto presto.

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Angela Merkel (S), Vladimir Putin (C ) e François Hollande (D) a Mosca il 6 Febbraio 2015

L’aspettativa popolare che qualcosa si muova dopotutto deriva dal fatto che molti di noi sono ancora legati ai bei, ormai obsoleti, concetti di conflict resolution e peace making. Nel caso tu non avessi la terza elementare, si tratta dell’idea di far finire un conflitto e di creare la pace. Insomma, tornare allo status quo. E non è solo l’osservatore casuale che pretende un lieto fine all’americana, ma lo stesso sistema internazionale. Non c’è nulla che tu possa fare di peggio agli occhi della comunità internazionale che dar fastidio allo status quo. Che è il motivo per cui il numero di nazioni indipendenti non cambia quasi mai – e se cambia è un’eccezione alla regola – e il motivo per cui i russi da un po’ giocano al conflict management, e non al conflict resolution.

Il conflict management è il concetto di mantenere un conflitto stabile. Non farlo finire, tenerlo com’è, lasciarlo in sospeso. Esempio di questo è la Palestina, sospesa tra la guerra e la pace in modo così stabile e “sicuro”, che va bene perfino ai leader palestinesi, ed ad essere seccata è solo la popolazione civile da ambo le parti, perché i frutti del conflict management non li vede e non li vedrà mai.

Putin in questo è un fottuto genio. Te lo ricordi cosa è successo nel 2008, Lettore? Due regioni in Georgia – l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud – hanno combattuto per ottenere l’indipendenza dalla loro nazione per unirsi alla Russia, con cui confinano. I Russi li hanno aiutati, c’è stato un armistizio  e poi…

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Ma io mi rifiuto di scrivere “Abcasia”

E poi nulla. La situazione è ancora lì ferma, con Abkhazia ed Ossezia del Sud de facto sotto il dominio russo, ma de iure regioni autonome della Georgia. A Putin che gliene frega che diventino o meno nazioni indipendenti? Il controllo delle regioni ce l’ha, e la comunità internazionale può mantenere la sua mappetta invariata.

Ti ricorda qualcosa? Non è forse esattamente ciò che Putin sta facendo con le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk nell’Ucraina Orientale? Non è ciò che ha fatto in Crimea, o nella ridicolmente vicina regione moldava della Transnistria, sotto controllo russo dal 1991 per motivi pressoché identici? L’unico motivo per cui questa volta l’Europa ha rizzato le penne, è perché le mire vagamente espansionistiche della “Nuova Russia” non sono più su una repubblichina sperduta nel Caucaso, ben lontana dall’Europa di fatto, bensì su un paese che non solo fa da cuscinetto tra NATO/UE e Russia, ma che ha anche espresso seriamente il desiderio di legarsi in modo molto stretto all’UE stessa. E qui partono le gelosie.

Come disse il Primo Ministro Finlandese Alexander Stubb, stiamo assistendo alla fine di un’era. La fine della fine della Guerra Fredda. Il Putin leccaculo, amico di Bush e dell’America è andato via. Ora la Russia rivuole il suo legittimo posto di polo politico. E l’Europa non è nella posizione di negarglielo.

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Territori controllati de facto dalla Russia

La Russia non è l’Iraq o l’Afghanistan, nazioni da bullizzare con un’aviazione funzionante. Un conflitto armato sarebbe un suicidio, Putin ha le bombe atomiche e un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’opzione militare non è contemplata oggi più di quanto non lo fosse quando l’Unione Sovietica era effettivamente un polo politico, economico e militare capace di contrastare gli Stati Uniti. Stati Uniti che oggi hanno al loro fianco un’Unione Europea molto più grande e potente, ma pur sempre un’entità sovranazionale che deve votare perfino per decidere se l’acqua idrata o meno.

L’unica opzione rimasta è il pavonaggio, una risposta “forte” da parte dei nostri beniamini contro l’aggressione russa, ma senza effettive conseguenze. Far vedere che ci siamo, ma senza esporsi. Che l’Europa – e con lei l’onnipresente America – è unita e si ergerà sempre a muro per la democrazia e bla bla bla ma solo a parole. Una risposta che consiste solo nel piazzare qualche migliaio di marines americani in Polonia e negli stati baltici, e nell’imporre sanzioni alla Russia. Anzi, nemmeno alla Russia, a dei russi.

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In che senso? Innanzitutto le sanzioni non sono indirizzate al governo russo, ma ai privati. Corporazioni e corporativi russi. La cosa crea un paio di problemi perchè:

– C’è un precedente legale in cui sanzioni economiche non possono essere imposte a privati. Chiunque sia stato colpito dalle sanzioni potrebbe andare alla Corte Internazionale di Giustizia e fare ricorso, vincerlo e riavere tutto tra un paio d’anni.

– Anche volendo ammettere che si parli di sanzioni “a breve termine”, mirate a far danni economici per la durata del conflitto – che dovrebbe essere breve, ma non lo sarà -, qualcuno si è dimenticato di far notare che le sanzioni stanno danneggiando di più noi europei, che loro russi.

– Perché tanto del gas naturale che usiamo viene dalla Russia. E se noi blocchiamo loro, loro bloccano noi. Le uniche due nazioni che non soffrirebbero – e non stanno soffrendo – per via delle sanzioni, sono l’UK e gli USA, che guarda caso sono le uniche due nazioni da cui la Russia non dipende. Il terzo round di sanzioni proposto dai nostri alleati americani, è stato ampiamente criticato proprio perché le sanzioni stanno pesando di brutto sull’economia europea.

Nel frattempo, mentre gli ucraini si ammazzano tra loro, diverse migliaia di militari americani fuori sede si grattano a spese dei contribuenti, e gli unici a cui questa cosa va bene sono i polacchi e i lituani, che fino a ieri se la stavano facendo addosso dalla paura di essere invasi.

Risultato?  l’Europa ci perde in faccia e denaro, il danno alla Russia è minimo e quel che è peggio  si sta incazzando. Quando quest’ennesima scaramuccia sarà finita, potremmo addirittura rischiare di perderci ulteriormente. Non costa nulla ad uno stato come la Russia dopotutto voltarsi ad Est e commerciare con qualcun altro, invece che con noi.

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Ma dobbiamo ancora tutti vivere nel mondo in cui le guerre iniziano e finiscono, e il pavonaggio continua. A Minsk, l’11 Febbraio passato, l’Europa – rappresentata da Germania  e Francia -, l’Ucraina e la Russia si sono incontrate ufficialmente per discutere di pace. Il giorno dopo a Bruxelles i leader europei hanno detto abbastanza schiettamente che le speranze di pace sono poche. L’armistizio non è stato rispettato da nessuno, gli ucraini non sono più vicini a riprendersi le due repubbliche autonomiste di quanto lo fossero a Natale, e Putin intanto sta premendo per un armistizio a lungo termine che congelerebbe la situazione così com’è, con i ribelli nei loro territori, e gli ucraini di Poroshenko nei loro.

Se stavi aspettando di sapere se in Ucraina vincerà il governo o vinceranno i ribelli, ho una brutta notizia.

Anche stavolta ha vinto Putin.

[Questo articolo è stato originalmente pubblicato su il Ballo del Cervello con il titolo “Putin e i Pavoni d’Ucraina” il 24 Febbraio 2015]

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Laureato in una di quelle materie di cui si professa esperto anche il mio barista, mi sbraccio per non annegare nella mia misantropia. Odio quasi tutto, e quasi tutto odia me. Per rimanere nel personaggio, mi nutro quasi esclusivamente di alcolici, carne rossa ed aspartame, e solo perchè io e la nicotina ci siamo lasciati. Passo quindi le mie giornate a lamentarmi, a digrignare i denti e a scrivere, ma il tutto con una certa joie de vivre. Controverso è per me una scusa per dire quello che penso senza pagarne le conseguenze: mi occupo di politica per compiacere la mia famiglia, ma in realtà mi interessano solo i fumetti e i videogiochi.

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