Abortion-map-Europa-1030x705

Aborto all’italiana: 194 modi per eludere una legge

in Scienza/Società di

Il 10 marzo a Strasburgo, i parlamentari europei hanno votato con 441 voti favorevoli, 205 contrari e 51 astenuti la Risoluzione Tarabella, altrimenti nota come Relazione sulla parità tra donne e uomini nell’UE.
La cosa sarebbe passata totalmente in sordina nel Belpaese, non fosse per il fatto che il signor Tarabella ha avuto la pessima, pessima idea di non parlare solo di equità salariale, pari opportunità, accesso alla sanità, stereotipi di genere, mutilazione genitale e quelle frivolezze che a noialtri interessano sì-ma-anche-no.
Quel birbante dell’eurodeputato ha pensato bene di infilarci – anche se di sfuggita, quasi per sbaglio – una considerazione su di un argomento che siamo abituati a tenere sotto al tappeto, che fa impallidire i commensali quando viene proposto in conversazione e che i militanti della destra arcicattolica ogni tanto tirano fuori dal cappello per ricordarci che per qualcuno il medioevo non è mai troppo lontano: L’aborto.
In uno degli articoli della sua relazione ha infatti segnalato che l’UE auspica un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto  e  sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili.  Parole oltraggiose vero? Posso capire perché le associazioni religiose stiano gridando allo scandalo.

Tranquilli, prodi difensori della vita cellulare, questa è stata una vittoria di Pirro. Quella che è stata approvata è una risoluzione, non una legge, e in quanto tale non ha alcuna preferenza sugli ordinamenti dei singoli stati. Il che significa in parole povere che possono fare un po’ quello che pare a loro.
Gioiranno le donne irlandesi, che per riuscire ad abortire spendono una media di 1000 euro per arrivare in territorio britannico e avere accesso all’interruzione di gravidanza. Esulteranno le polacche, a cui è garantita solo l’interruzione di gravidanza a scopo terapeutico, e spesso nemmeno quella visto l’altissimo numero di medici obiettori. E ho sentito che a Malta stanno organizzando una festa dopo che la presidente della repubblica ha assicurato che il suo governo non legalizzerà mai questa pratica.

Abortion-map-Europa-1030x705

Ma a noi che importa? In italia abbiamo la 194, che ci assicura un facile, rapido e indolore accesso all’interruzione di gravidanza. Noi siamo da parte delle donne, noi siamo da parte della libera scelta.
Eppure i dati raccontano una storia un po’ diversa.

L’OBIEZIONE IN CIFRE

Ogni anno il ministero della sanità stila un rapporto sull’attuazione della legge 194 che espone i dati in merito all’effettiva osservanza delle norme in materia di Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG).
Tra i tanti numeri, anche quello di ginecologi obiettori e la loro percentuale in relazione al totale della categoria professionale negli istituti in cui si effettui l’IVG.
Sono cifre che fanno paura.

Ad eccezione della Valle d’Aosta che sale sul podio con il 13,3% di ginecologi obiettori, nessuna regione italiana riesce a scendere sotto il 53,3% dell’Emilia Romagna, seguita da ToscanaSardegna e Friuli Venezia Giulia. Tutte le altre regioni volano sopra al 60% , per poi passare a quelle davvero da Guinnes:

Calabria: 72%
Veneto: 75%
Puglia: 78%
Abruzzo: 81%
Campania: 81%
Lazio: 81%
Sicilia: 84%
Basilicata: 89%
Molise: 90%

 

mappa-italia

Quando ho letto i dati riportati mi sono trovata nella kafkiana condizione di gioire per il fatto di vivere tra il Friuli Venezia Giulia e la Lombardia, che hanno rispettivamente il 58,4% e 63,6% di ginecologi ufficialmente obiettori.
Che paese è quello in cui una donna deve ritenersi soddisfatta perché potrebbe avere circa il 40% di possibilità di trovare in un ospedale qualcuno che la tratti umanamente? Qualcuno che le permetta di far valere un proprio diritto senza dover subire il percorso della vergogna?
Forse è per questo che  l’otto marzo 2014 l’europa ci ha bacchettati sulle mani?
E questi dati dipingono una situazione anche più rosea della realtà.
Sì, la realtà è peggio.

Chi infatti fosse stato attento avrà letto che ho scritto di percentuali di obiettori negli ospedali in cui si effettui il servizio di IVG e di medici ufficialmente obiettori. Infatti in molti ospedali questa pratica non proprio è prevista, quindi nessun dipendente si dichiara obiettore incidendo sulle percentuali ufficiali. Non ne ha bisogno.

una delle tante motivazioni pro-life proposte

Ora – giusto per fare qualche esempio ad uso e consumo di tutti quelli che continuano a ribadire che l’obiezione non crea assolutamente problemi a chi voglia abortire senza passare per tutte le 12 fatiche di Ercole – immaginate di trovarvi nel Lazio.
Sul territorio sono presenti 47 ospedali, ma solo in 24 di essi è possibile ricorrere all’IVG, il che significa che quell’81% di santi amanti della vita umana si concentra in 24 centri. Duecentonovanta ginecologi obiettori su trecentocinquantotto spalmati nelle uniche ventiquattro strutture a cui ci si può rivolgere per interrompere la propria gravidanza all’interno della regione.
Il risultato è che le pratiche vanno a rilento e tutta la richiesta pesa sulle spalle dei medici che decidono di non unirsi all’obiezione di massa.
Persone come la dottoressa Elisabetta Canitano, ginecologa presso la Asl di Roma, che ha dichiarato di effettuare una media di 400 aborti all’anno.
È stata lei stessa a raccontarmi del caso dell’ospedale San Camillo, centro IVG più importante del Lazio e unica sede del coordinamento regionale Legge 194/78. Qui da circa un anno si prospetta la nomina di un primario di ginecologia e ostetricia obiettore. Il che non sarebbe strano, visto che anche i suoi predecessori lo erano ed è molto raro trovare in italia un capo dipartimento che non lo sia. Ma con tutta probabilità la carica potrebbe andare ad un obiettore religioso. Avete presente quelli che si piazzano fuori dagli ospedali a pregare ad alta voce rivolgendosi a Dio e alle donne che entrano in clinica? Quelli. Gente per bene.
A seguito  delle continue proteste, la proposta del consiglio di amministrazione è stata quindi di creare un’unità operativa semplice di IVG, staccata da ginecologia e ostetricia. Un’unità che in quanto tale non avrebbe più orari notturni, cosa che comporterebbe la fine degli aborti terapeutici per il San Camillo. Perché se anche le interruzioni volontarie entro i 90 giorni si possono fare in day hospital, le altre necessitano di un ricovero che non sarà più possibile. E così la lista di centri in cui interrompere una gravidanza per la propria salute o per malattie e malformazioni del feto si accorcerebbe ancora di più.
Una fortuita coincidenza. Certamente fortuita per gli obiettori confessionali, perché non c’è niente che odino più di un aborto terapeutico. In fondo per loro la vera compassione è obbligare alla nascita un bambino che morirebbe entro breve o sarebbe condannato ad una vita di grave disabilità. Dopotutto uccidere è un peccato capitale, no?
Tutto questo a pochi mesi dal caso del Policlinico Umberto I di Roma, dove a dicembre è stato sospeso il servizio di IVG  per via del pensionamento dell’unico ginecologo non obiettore della struttura. Fortunatamente, anche grazie all’intervento della rete #iodecido e alle ripetute manifestazioni, è stata messa una pezza con l’assunzione di una nuova ginecologa.
Una sola, mi raccomando. Altrimenti rischiamo di rendere le cose troppo facili.

obiezione_respinta
In più molti degli ospedali privi di servizio IVG sono centri universitari.
Cosa significa questo? Significa che gli specializzandi – i futuri medici, anche quelli che non hanno intenzione di soffrire di obiezione di coscienza – non impareranno a trattare le interruzioni di gravidanza in maniera adeguata, perché nessuno glielo sta insegnando.
Significa che non saranno aggiornati in merito alle tecniche più recenti e meno invasive. Significa che diventeranno ginecologi a mezzo servizio.
Perché posso anche dare ragione a chi asserisce che la pratica della ginecologia non sia solo dispensare interruzioni di gravidanza, ma esiste anche questo aspetto della professione, ed è letteralmente criminale nascondere la testa sotto la sabbia urlando all’omicidio di massa solo perché le cose non vanno secondo una morale personale o le proprie convinzioni religiose.

Sinceramente mi chiedo perché chi non se la sente di spezzare quella che considera una vita non abbia scelto di specializzarsi in proctologia, in modo da non doversi trovare di fronte a delle serial killer in cerca di complice. Mi chiedo perché a queste persone sia permesso avere a che fare con donne in un momento incredibilmente delicato della loro vita quando è chiaro che la compassione umana la riservano solo a chi ancora non è nato.

Ma il ministero dice che non c’è nulla di cui preoccuparsi.

CONTRACCEZIONE D’EMERGENZA

È di poco tempo fa la notizia, accolta con giubilo dalle femministe italiane, che non servirà più la ricetta medica per acquistare i farmaci di contraccezione d’emergenza. Non si sono ovviamente lesinate le proteste in merito.
Sapete cosa? Io sono d’accordo. Sono d’accordo che un farmaco ad alto contenuto ormonale sia controllato da chi ne conosca i rischi e le complicanze. Sono d’accordo che la ragazza superficialotta di turno non possa fare acrobazie senza preservativo e poi andarsene allegra in farmacia a prendere la pillola ogni volta che vuole e senza alcun controllo medico.
O meglio, sarei d’accordo. Lo sarei se in Italia una donna per ottenere una prescrizione non dovesse fare la postulante prima di trovare qualcuno disposto a scriverla.
Infatti nonostante Norlevo ed Ellaone – nomi con cui sono conosciute in Italia la pillola del giorno dopo e quella dei cinque giorni dopo – siano classificati come contraccettivi d’emergenza, il foglietto illustrativo dichiara che oltre a bloccare l’ovulazione impediscono l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato.

25-norlevo

Ed è a quel piccolo ovulo indifeso ed eventualmente fecondato che si appigliano i medici che rifiutano di prescrivere i farmaci di contraccezione d’emergenza, trincerandosi dietro un’obiezione di coscienza garantita dalla loro convinzione che la vita inizi dalla fecondazione dell’ovulo, e non dal suo impianto nell’utero e che quindi i farmaci siano abortivi.
In fondo è un loro diritto sacrosanto obiettare no?
Ma quello che per il medico è l’esercizio di un diritto, per la donna significa l’inizio di una corsa contro il tempo.
I giorni a disposizione sono pochi e così anche le possibilità di ricevere una prescrizione entro i limiti utili. Prescrizione che una volta ottenuta dovrà trascinarsi in tutte le farmacie del circondario alla ricerca di qualcuno che non le dica di non avere questi farmaci in magazzino – visto che non sono inseriti nella lista dei prodotti che ogni farmacia è tenuta ad avere sempre a disposizione – e che ci vorrà qualche giorno per ordinarli e farli arrivare.
Ed è così che anche i farmacisti che si autodefiniscono obiettori eludono la legge.

Già, la legge.
Perché quello che gli eroi che si ergono a difesa degli embrioni cercano di far passare in secondo piano è che le battaglie sono già state combattute,  il referendum l’avete già fatto e la legge si è già espressa.
E ha dato ragione a noi.
A noi serial killer, a noi che-la-diamo-via-facile, a noi che cerchiamo la via d’uscita più semplice. A noi egoiste, a noi superficiali, a noi stronze e a noi puttane che dovremmo affrontare le conseguenze di aver aperto le gambe con troppa leggerezza. A noi che vogliamo solo ci sia riconosciuto il diritto di scegliere.
Perché è di questo che si parla, di scelta.  Una scelta che ormai è sempre di più tale solo sulla carta.

Molti sono convinti che questa sia una battaglia tutta al femminile, parecchie nazifemministe asseriscono che chi non abbia un utero non dovrebbe nemmeno permettersi di chiedere voce in capitolo in un dibattito a proposito di un momento così intimo, personale e difficile della vita di una donna. Non sanno quanto hanno torto.
Non è l’utero l’organo che dovrebbe essere indispensabile.
È il cervello.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 18 marzo 2015 su Il ballo del cervello

Commenti

commenti

Aspirante giornalista, aspirante scrittrice, aspirante dominatrice del pianeta e aspirante cittadina di un paese in cui tutti vengano trattati alla stessa maniera, ho iniziato a scrivere un nefasto giorno della mia infanzia e da allora non ho più smesso. Femminista un po’ per caso e paladina dei diritti civili per vocazione, ho un sogno del cassetto: arrivare al governo ed istituire il reato di stupidità manifesta. Su Controverso parlerò di tutto ciò che non va nel mondo e nei suoi abitanti, il che ci garantirà argomenti di discussione per i prossimi dieci anni.

Ultimi articoli di Scienza

Vai In cima