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Io non amo gli animali (ed ho le mie buone ragioni)

in Scienza di

Pasqua. Onestamente, è una festività di cui mi interessa il giusto: un giorno in meno di lavoro. Quello che invece mi interessa è che, da un po’ di giorni e con insospettabile puntualità, siamo tempestati di immagini su riviste, pagine web, persino in metropolitana, che ci sconsigliano, se così si può dire, di mangiare l’agnello a Pasqua.

Un esempio:

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Sul quale ho ammirato alcune variazioni sul tema:

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Thanks to Francesco Sblendorio

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O ancora, questa:

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Che, a parte una lieve somiglianza col sottoscritto, lancia un messaggio quantomeno ambiguo: chi non si dovrebbe uccidere, l’agnello o quella specie di immaginetta di Cristo che lo tiene in mano?

Ora, io ho da togliermi qualche dubbio ed esprimere qualche perplessità.

Queste, come molte altre che si vedono, sono campagne che puntano sull’impatto emotivo. Non trasmettono un messaggio razionale, ma vanno a comunicare con “la pancia” (mai espressione fu più adeguata).

Studiamole un attimo: innanzitutto l’usare la parola “sacrificio”, in concomitanza con la Pasqua, per il popolo religioso ha un significato particolare, che echeggia nella frase “prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi“. Solo che qui il messaggio è rovesciato, il sacrificio si compie non mangiando: inversamente rispetto al messaggio simbolico del cattolicesimo, si propone un differente approccio, ma ugualmente religioso: si commette un “peccato” nel servire a tavola l’agnello ucciso. In altre parole la propaganda di questo manifesto capovolge quella cattolica, opponendosi nella simbologia (“ecco l’agnello di dio che toglie i peccati dal mondo”) e nelle definizioni, ma risultando al contempo un messaggio di presunta “elevazione spirituale”. Facile che, in questa inversione, qualcuno cada in confusione:

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Da questo pensiero (confuso persino nell’uso delle emoticon) una frase mi colpisce: “io amo gli animali più di me stessa”. Sì, lo so, lo avrete letto (o magari detto) più di una volta. La mia reazione è sempre un perplesso e colmo di disagio “Eeh??”

Torniamo al primo manifesto: “mi ama / mi mangia” ed al suo sottotitolo “tutti gli animali vivono, soffrono, amano“: questo mostra quanto sia abusata e portatrice di confusione la parola “amare”, entrata nel linguaggio comune fino a rendersi un passepartout per la maggior parte delle emozioni positive. Ma non è così, e questo dimostra come stiamo perdendo il senso dei termini che usiamo. Amiamo chi vogliamo condivida con noi l’esistenza in maniera quanto più esclusiva, chi capisce i nostri stati d’animo con uno sguardo, cresce e sviluppa il proprio io con noi, chi pensiamo di poter chiamare “famiglia” e sancire il legame nei modi che preferiamo. Ma no, tutto questo non è applicabile agli animali.

Si sa, ho quattro gatti che vivono con me. Per loro nutro una passione viscerale che mi spinge ad impegnarmi affinché abbiano un’esistenza quanto più piena e soddisfacente. Ma non li amo, perché non rientrano nella definizione di cui sopra, e non potrà mai rientrarvi alcun animale.

Alcuni lettori saranno sul piede di guerra: non ami gli animali, sei una brutta persona. Probabile, non ne ho mai fatto mistero. Se cercate su Google “non amare gli animali” (utilizzando le virgolette in modo che riporti la frase completa) troverete miriadi di siti che informano, senza colpo ferire, che se non ami gli animali non puoi amare le persone. Una specie di sentenza, che condanna al biasimo senza appello chi non sente un moto interiore di struggimento davanti a questo:

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Invece no, la mia opinione è differente: come puoi amare le persone se affermi di amare gli animali come e più di te stesso?

In realtà, non ami un animale quando lo rendi oggetto d’amore, semplicemente perché non è nella loro natura essere amati. Gli animali, tramite i processi di domesticazione, sono divenuti compagni degli esseri umani in un enorme numero di attività: per questo abbiamo animali nelle case ed in contesti lavorativi, in un mutuo scambio di vantaggi che ha le sue radici nelle prime società umane (il cane così come lo conosciamo non sarebbe mai esistito, se l’uomo nei millenni non avesse addomesticato il lupo, garantendogli cibo e protezione). Ma, migliaia di anni dopo, il principio di base nell’interazione tra uomo ed animale non è affatto variato: per quanto declinabile in svariate sfumature, l’animale rimane subalterno all’uomo che intrattiene il rapporto.

Si può parlare di antropocentrismo, del fatto che questa mia formulazione mette l’uomo al primo posto. Ed è così, non ho paura ad ammetterlo: l’antropocentrismo ha garantito, nel corso della storia, alla specie umana la sopravvivenza su questo pianeta, tanto da essere una tendenza naturale. La filosofia che si oppone a questo pensiero, e che con la sua diffusione ha lanciato uno stigma sull’antropocentrismo, è chiamata antispecismo: in estrema sintesi, afferma che le differenze di specie non sono un presupposto sufficiente a giustificare la disparità di trattamento tra una specie e l’altra, e nello specifico tra la specie umana e quelle animali. Le motivazioni sono di due tipi: una morale ed utilitarista (riconducibile a Singer) ed una riconducibile alle tesi di diritto (riconducibile a Regan).

A mio vedere ognuna di queste argomentazioni ha una profonda fallacia. La tesi morale prende le mosse dalla percezione del dolore, che risulta essere la caratteristica trasversale tra uomini ed animali: ma allargando a questi concezioni etiche umane (l’immoralità di provocare dolore e la ricerca del minor dolore possibile) compie il salto della quaglia, in quanto l’etica è un prodotto culturale umano ed è improprio (se non un artificio mendace) riversarlo sugli animali. La tesi di diritto, per quanto critichi la tesi morale per il suo utilitarismo, non va oltre il suo seminato: riconoscere lo stato di diritto è fallace in quanto l’attribuzione del diritto è anch’essa un’invenzione umana, ed è ugualmente sbagliato pensare che, siccome in passato molti diritti erano negati a donne, uomini di colore o gay ed oggi invece no (beh, insomma…), nel futuro dovranno essere gli animali i soggetti di diritti oggi prerogativa umana. Questo perché le battaglie ed i principi che le hanno ispirate hanno sempre avuto come base l’ideale dell’uguaglianza tra uomo e uomo, con una profonda riflessione razionale a definirlo. Cosa che non si può dire per le battaglie per l’uguaglianza tra uomo ed animale.

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Insomma, a voler inseguire l’utopia del “tutti sono uguali” si scivola nell’assurdo. Per questo “non tutti sono uguali”: un’applicazione globale  ed estrema delle teorie antispeciste farebbe scomparire la società così come la conosciamo, e probabilmente anche l’essere umano. Possiamo trattare meglio gli animali, ma non possiamo trattarli come esseri umani. E non possiamo trattare gli esseri umani come animali, cosa che sembra riesca benissimo agli antispecisti radicali. Anche perché, a voler ben vedere, nessuna specie è antispecista, poiché qualunque specie persegue primariamente la propria esistenza e proliferazione, in rivalità con altre e, al limite, in rapporti di simbiosi utilitaristica con altre: non esiste individuo di alcuna specie, allo stato naturale (quindi escludendo animali ammaestrati e/o addomesticati) che sacrificherebbe la propria esistenza per quella di un individuo di specie differente dalla sua. Se si volesse davvero pensare che gli animali sono uguali a noi dovremmo applicare questa linea di pensiero, finendo nel paradosso di dover definire gli animali differenti da noi per dirci uguali a loro.

Sintomatica della situazione è la denuncia dell’associazione Harrisons Fund (attiva contro la Sindrome di Duchenne), che indica come la beneficenza sia immensamente più a favore degli animali che degli esseri umani malati, tanto da proporre una provocatoria campagna ed un articolo dal titolo “I wish my Son was a Dog”:

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Ed altrettanto sintomatica è la proposta di una nostra vecchia conoscenza, la cara M.V. Brambilla, di una legge che punisca con carcere e multe chi sfrutta (anche come alimento) il coniglio, che si dovrebbe eleggere ad animale d’affezione. Al di là della proposta in sé, risibile e carina come pesce d’aprile anticipato, il problema è chi si convince della sua bontà: gli stessi che cadono nelle fallacie logiche delle immagini in cima all’articolo, che pensano di amare gli animali e che debbano essere uguali a noi, lanciandosi una religiosità irrazionale di fondo non dissimile da quella cattolica, capovolgendone e snaturandone però i concetti alla base a proprio uso e consumo. Fa specie quindi vedere che la UAAR, associazione che chiama a sé atei, agnostici e razionalisti, presenti dei video in favore dell’antispecismo sul canale Vimeo della sezione di Milano. Prima o poi qualcuno si accorgerà del paradosso.

In conclusione, se vi piace l’agnello mangiatelo senza remore che non siano quelle relative alla vostra alimentazione: state facendo al mondo un servizio migliore di quelli che dicono di amarlo.

E non dimenticate che oggi è la Giornata Mondiale sull’Autismo che, giusto per non sbagliarsi, non è causato dai vaccini. Sia mai che debba dirvi di nuovo “Vaffanculo, stronzi”.

(Si ringrazia il sito “Eureka! Riflessioni sulla natura” per gli spunti offerti)

Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 2 aprile 2015 su Il ballo del cervello

Edit: inserisco la risposta del Circolo UAAR di Milano.
Il sopracitato ciclo di conferenze UER proposto tre anni fa dal Circolo UAAR di Milano al Politecnico di Milano proponeva l'intervento di diversi movimenti di pensiero invitati ad esporre le loro tesi, senza tuttavia acquisirne le posizioni. L'Uaar non è un'associazione chiusa in se stessa e in quell'occasione il Circolo aveva valutato di ascoltare l'intervento di tali relatori, come era stato fatto nello stesso ciclo d'incontri con l'argomento Studi di Genere e come è successo altre volte.

Inoltre l'Uaar generalmente non prende posizioni specifiche su temi esterni al proprio ambito, ed in questo caso non si trattava né di laicità né di minoranze maltrattate dalle religioni. Il tema tuttavia risultava interessante in quanto trattava per esempio la questione dell'antropocentrismo, posizione tipicamente sostenuta delle religioni monoteiste occidentali.

Simili critiche e simile risposta era stata data in questo caso:
http://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/2014_1_art1.html

La nostra associazione è a favore della ricerca scientifica e di un ragionato modo di risolvere i problemi, lasciando ai singoli tutta la libertà di auto-determinarsi, come era stato ben spiegato in questo articolo:
http://www.uaar.it/news/2013/12/18/uaar-sperimentazione-animale/

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In direzione dei 40, dopo una laurea in psicologia opero nel settore della disabilità. Controverso Magazine arriva per me nel momento giusto, dato che il mio ego necessitava di un contenitore ancora più ampio dei precedenti. Pertanto mi troverete qui a dialogare (ma anche a dilagare) sulle tematiche più disparate, che facilmente possono includere la ricerca scientifica, la divulgazione ed i complotti. Non disdegno questioni di attualità o argomenti più frivoli, che affronto comunque in modo quanto più possibile razionale e con quel filo di cinismo che mi rende lo zio alla lontana, un po’ stronzo ed egocentrico, che quasi tutti vorremmo avere.

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