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La scienza non è democratica (e nemmeno la post-verità)

in Scienza/Società di

A cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio di quest’anno si sta facendo un gran parlare di scienza, democrazia e bufale. Questa discussione è figlia di dodici mesi in cui la Rete ha mostrato molto del suo potenziale, in positivo ma molto più spesso in negativo.

Ma iniziamo dalla fine: questo il post in cui Roberto Burioni, “medico, docente di virologia e microbiologia, specialista in immunologia clinica” (dalla descrizione della sua pagina Facebook, professore ordinario presso l’Università-Vita San Raffaele di Milano) affronta la recente esplosione di casi di meningite in Italia smentendo la conclamata bufala che la causa sia da ricercare nei flussi migratori. 

Questo il post “incriminato”, con cui Burioni “taglia la testa al toro” in una discussione che probabilmente rischiava di degenerare:

Come si può vedere, Burioni arriva a sbottare, con un commento durissimo che diffida da un cosiddetto “civile dibattito” con chi non ha studio, cultura e conoscenza diretta delle questioni scientifiche affrontate. E spiega perché, con delle motivazioni inappuntabili, e che già al tempo in un mio articolo sottolineai:

La scienza non è un processo democratico, e questo la salva da voi ignoranti. La scienza, che tu ci creda o no, che tu abbia o meno fiducia, esiste, offre risultati ed aiuta le persone a vivere meglio. La scienza non va messa ai voti, e non può essere in balia della gente che risponde in modo inumano ai sondaggi on line. Nella ricerca vince il risultato più convincente, quello più predittivo, quello che offre migliori risultati. Non quello che il popolo vorrebbe.

E, ancora prima di me, se ne scrisse in un articolo che ancor oggi ha profondo significato:

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate.

La Scienza non è democratica, ma il modo in cui la Scienza cresce lo è: riprendo, per contestualizzare, il pensiero di una mia conoscente:

“Se l’intera umanità votasse a favore della teoria della Terra piatta, la Terra rimarrebbe comunque di forma geoide secondo la scienza e secondo gli scienziati.”

Non saprei dirlo meglio. Il verdetto scientifico parla di fatti, i quali sono incontrovertibili dal giudizio popolare. Nessun voto può modificare la forma della Terra, o il meccanismo di funzionamento dei vaccini o della chemioterapia. Se è mio interesse che la chemioterapia non venga più utilizzata, è mia responsabilità studiare e perfezionarmi fin quando sarò in grado di elaborare un metodo più efficace e con meno controindicazioni. Ma fin quando non svolgerò tutto questo, il mio andar contro la chemioterapia sarà antiscientifico: così come lo è l’andar contro i vaccini, contro l’esplorazione spaziale, contro la sperimentazione animale, contro gli OGM e via dicendo. Tuttavia, se la Scienza non è democratica, lo è il modo in cui si può fare Scienza, poiché si viene valutati in maniera meritocratica, al netto di qualunque differenza individuale (età, sesso, razza, censo): può essere uno scienziato chiunque, purché ne abbia le capacità e ne sviluppi le dovute competenze.

Ho avuto occasione di leggere un’interessante (e non semplicissima) discussione sul gruppo AIRI (Associazione Internazionale Ricercatori Internazionali) in cui si argomentava sul commento di Burioni e sulle possibili conseguenze, sull’appropriatezza dell’uscita e sull’impatto che può avere sui lettori. Da una parte si sottolinea come tale approccio sia fallimentare sotto il punto di vista della comunicazione scientifica; se si cerca di fare divulgazione, si deve mettere in conto di parlare a persone non competenti e non per forza predisposte ad accettare per date le informazioni che si forniscono. Usare modi così duri può facilmente far chiudere a riccio l’interlocutore, dando un’arma a chi non vede l’ora di dire “ecco! L’ennesimo scienziato che si arrocca sulla sua torre d’avorio!” (magari chi contrasta la scienza usasse espressioni simili…), o alternativamente porre un freno a chi sproloquia senza avere nemmeno le basi, con teorie raccattate nei più infimi blog di “controinformazione”. Riassumere la discussione è cosa ardua (conta di più di un centinaio di commenti), ma mi ha suggerito una visione della cosa: l’uscita è stata sanguinosa e di conseguenza tranchant, ma nella modalità espressiva molto perentoria il mio timore è che si sia perso il messaggio che si voleva trasmettere, cioè che non è possibile dare pari dignità a qualche ora di lettura di blog rispetto ad anni di studi ed applicazione della materia. Burioni l’ha detto male, probabilmente, ma non è possibile dissentire dai contenuti. Il problema può rilevarsi nel momento in cui Burioni, oltre che studioso ed esperto del settore, si pone come divulgatore, visto che il pubblico cui un divulgatore si dovrebbe rivolgere è probabilmente quello meno disposto ad interpretare positivamente un messaggio di questo tono.

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Tutto questo discorso si inserisce in un filone molto fertile negli ultimi tempi, quello che tratta di “post-verità” (qui una valida trattazione a cura degli amici di Butac.it)  . Riassumendo, si intende per post-verità una notizia falsa ma che, spacciata per vera, è in grado di condizionare l’opinione pubblica. Di post-verità si sta parlando molto anche per le dichiarazioni del presidente dell’Antitrust, Pitruzzella, il quale auspica la creazione di un network “antibufala” di cui i paesi europei dovrebbero dotarsi per combattere la diffusione di notizie false e sanzionare chi le produce. Le reazioni a tali parole sono state (come spesso accade in questi casi) polarizzate su due posizioni opposte: da una parte chi plaude a tale iniziativa (non nuova, ma figlia di una tendenza che vuole una responsabilizzazione dei contenuti che viaggiano in Rete) e ne ipotizza le modalità più indipendenti e corrette per la realizzazione, dall’altra riferimenti rabbiosi a bavagli, orwelliani “Ministeri della Verità” o ventennali “MinCulPop“.

Raccolgo l’opinione di un altro mio contatto, il “bufalaro di professione” Ermes Maiolica, che annovera tra i suoi successi l’aver fatto credere alla Rete che un Eco morto da 6 mesi si fosse espresso in favore del SI al referendum del 4 dicembre scorso, che un’Agnese Renzi avrebbe invece votato NO alla stessa consultazione voluta dal marito, e che fosse crollato un ponte sulla Salerno – Reggio Calabria all’indomani dell’apertura dell’autostrada.

Il bello di Ermes è che non sai mai se sta dicendo seriamente o meno, ma in questo caso propendo per la prima. Una visione forse un filo utopistica, probabilmente ispirata dalla “Intelligenza Collettiva” descritta da Pierre Levy nel 1994 con il sottotitolo “per un’antropologia del cyberspazio“. Mi sembra che ancora non siamo a questo punto, per quanto auspicabile, ma mi sembra anche che i segnali che potrebbero andare in questo senso (la presenza dei vari debunkers, e quella stessa di Ermes, bufalaro “a fin di bene” per mettere in evidenza i limiti della diffusione di informazioni su Internet) siano ancora troppo deboli per sentirsi in una “nuova forma di coscienza virtuale”. Io temo che Internet sia ancora troppo giovane per amministrarsi da sola, senza interventi esterni volti a correggere il passo a volte esitante che ogni crescita comporta. Un domani potrebbe non esserci bisogno di tutto questo. Ma ad oggi, quando uomini politici che dovrebbero amministrare i nostri destini nel modo più cristallino possibile sono, piuttosto, coinvolti o diretti emanatori (con lucro) di post-verità, dotarsi di uno strumento super partes (almeno nelle intenzioni, per ciò che si legge) che distingua la bufala volta a danneggiare dalla corretta informazione, temo sia un passaggio necessario, un po’ come il triciclo o le rotelle prima di andare in bicicletta da soli.

Sbaglia Flavia Perina (che altrimenti apprezzo e seguo) nel dire che la guerra alla post-verità è un attacco alla libertà di parola: sbaglia perché non valuta che la libertà di parola non include la libertà, dato un ampio seguito, di indirizzare l’opinione su falsità che vanno contro i fatti (intesi in senso scientifico). Non è democratica la post-verità, ma contribuisce anzi ad un populismo spiccio e latrante, che semplifica in modo mortificatorio rivalità ed obiettivi, che accresce un senso anticomunitario di “noi vs loro” e che elicita la percezione di avere ragione a prescindere, indifferentemente da quanto l’altrui posizione possa essere più solida o più vicina alla realtà dei fatti.

Questo è tutto il contrario della democrazia: è il viatico verso la perdita di una “intelligenza collettiva” che ancora deve nascere, ma che uccidiamo nella culla ogni volta che, in coscienza, condividiamo una bufala o crediamo ad una strampalata teoria del complotto.

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In direzione dei 40, dopo una laurea in psicologia opero nel settore della disabilità. Controverso Magazine arriva per me nel momento giusto, dato che il mio ego necessitava di un contenitore ancora più ampio dei precedenti. Pertanto mi troverete qui a dialogare (ma anche a dilagare) sulle tematiche più disparate, che facilmente possono includere la ricerca scientifica, la divulgazione ed i complotti. Non disdegno questioni di attualità o argomenti più frivoli, che affronto comunque in modo quanto più possibile razionale e con quel filo di cinismo che mi rende lo zio alla lontana, un po’ stronzo ed egocentrico, che quasi tutti vorremmo avere.

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