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Noi e lo Spazio: abbiamo paura del buio

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Proprio ieri è caduto il 46° anniversario del primo uomo sulla Luna: era il 1969 e chi era già nato osservava con enorme emozione il primo passo umano della conquista dello Spazio.

In quasi 50 anni l’uomo è riuscito a far atterrare una sonda su una cometa per studiarla nei dettagli, è stato capace di sorvolare Plutone, il più remoto dei pianeti del nostro Sistema Solare, con una ulteriore sonda, ha analizzato Marte a partire dal 1975 con vari Lander, ha osservato e fotografato galassie lontane tramite Hubble, ha costruito una stazione orbitante per studiare le condizioni di vita al di là del nostro pianeta.

Questo è solo un elenco minimo, per forza di cose lacunoso, dei progressi fatti per capire “cosa c’è fuori”. A mio modesto parere i più importanti, pietre miliari di un’esplorazione che è da poco entrata nella sua seconda era, quella che ci porterà fuori dal nostro sistema solare.
Come tutti i bambini che si vogliono definire tali, anch’io ho desiderato di fare l’astronauta, prima di accorgermi che che la mia fobia dell’altezza ed una vista non proprio perfetta mi avrebbero impedito di realizzare il sogno. Tuttavia la passione mi è rimasta, e ad ognuna delle conquiste sù elencate (ma anche ad altre minori) sono stato intimamente felice, certo che chi verrà dopo di me potrà godere di un universo più semplice e di un mondo migliore.

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La Terra vista dalla Luna durante la missione Apollo 8

Ero ancora adolescente quando avvenne il disastro del Challenger, nel 1986: indelebili le immagini dello Shuttle che si stacca da terra per poi esplodere in aria ed arrotarsi su di sé in un pennacchio di fumo e morte.
Forse lì è successo qualcosa: abbiamo capito, in diretta mondiale, che la corsa allo spazio può avere conseguenze terribili, e che il costo umano delle missioni non va sottovalutato. Sacrificio ripetuto nel 2003 quando il Columbia prese fuoco al rientro nell’atmosfera.
Tragedie che frenarono l’impulso alla conquista spaziale, non più spinta da motivi politici (guerra fredda, supremazia delle superpotenze) e propagandistici.
In silenzio tuttavia la corsa è continuata, fino ad oggi, con risultati apparentemente di minore impatto mediatico ma non per questo meno rilevanti: non abbiamo ancora mandato un uomo su Marte, come si fantasticava dopo la conquista della Luna, ma il nostro sguardo è andato lontano, a stuzzicare il Paradosso di Fermi, a chiederci se esistono altri pianeti abitati da qualche forma di vita o se qualcuno di questi può ospitarci nel futuro.

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Il disastro del Challenger

Come dicevo, sono stato un bambino entusiasta dello spazio ed ancora oggi mi appassiona, ma negli ultimi anni ho notato che non siamo moltissimi a pensarla così. Nel dettaglio, mi sembra che molti nostri conterranei abbiano “paura del buio” e preferiscano rimanere saldamente ancorati a terra. Ancor di più, mi sembra evidente come ci sia chi non perde occasione per svalutare la portata dei progressi in campo spaziale, con le “solite” ragioni.

Dall’arrivo di Samantha Cristoforetti sulla ISS con acclusi commenti maschilisti, passando al TG4 che commenta tristemente la sonda Philae sulla cometa P67 ed alla Lucarelli che critica l’attenzione mediatica sull’astronauta italiana (cercandone per sé), fino ad arrivare alle più recenti critiche su New Horizons che sorvola Plutone (Salemme chi?) e sulla nomina a Cavaliere di Gran Croce della stessa Astrosamantha.

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Un anno di critiche il più delle volte “gentiste”, fatte di luoghi comuni ed argomenti pieni di fallacie logiche. Poco mi importa di scendere nel dettaglio della singola critica, ma è purtroppo rilevante il senso generale: l’opinione dell’italiano medio (o forse sotto la media) è che i viaggi nello spazio siano inutilmente costosi, sprecando risorse che potrebbero essere utilizzate per urgenze sulla Terra (crisi economica, fame nel mondo e via dicendo).

Siamo un popolo che ha paura del buio.

Questa è la conclusione che suggerisce tutto ciò, tristemente aggiungerei. Ci spaventa l’esplorazione dello spazio perché non capiamo a cosa possa servirci qui ed ora, mentre dovremmo capire che investire oggi per risolvere definitivamente i problemi un domani è l’unica strada che ci rimane per sopravvivere su questo pianeta. Ed invece siamo un popolo ignorante ed egoista, pensiamo più alle nostre difficoltà che a quelle che potranno avere i nostri figli: questa è la logica dell’orticello e del timore di ciò che c’è oltre il muro, che non ha mai salvato nessuno.

Una lista di ciò che la ricerca spaziale ha procurato come beneficio all’umanità è potenzialmente infinita, ma sembra non importare all’italico medio(cre) pensiero quando si ha l’occasione di sfoggiare il proprio benaltrismo: tale miseria intellettuale non ci appartiene, poiché geni e coraggiosi visionari sono stati in gran numero nostri avi. È invece il riflesso di una società chiusa su di sé, senza curiosità ed intraprendenza. È qualcosa che va al di là del problema del singolo, e che ci obbliga a ripensarci come entità più grande e più proiettata al futuro di quanto lo siamo adesso.

Due cose rimangono: una splendida lettera datata 1970, in cui l’allora direttore scientifico della NASA, Ernst Stuhlinger, spiegava il perché dei costi delle missioni spaziali erano del tutto giustificati (e che rimane ancor oggi validissima) e le parole che ho letto su Facebook, che riporto perché sarebbero da stampare, incorniciare ed appendere sul proprio letto.

A mio avviso si va nello spazio perchè si deve. Perchè è nella nostra natura. Perchè non possiamo fare altrimenti. La cosa ha poi un ritorno economico? Meglio. Ma non sono neppure convinto che lo si debba fare in ragione esclusiva del ritorno economico. Si va nello spazio per la ragione per cui si fa ricerca di base. Per la medesima ragione per cui Galileo scrutava il cielo, Pitagora costruiva quadrati sui cateti o Einstein torturava i sistemi di riferimento inerziali. O, se preferite, per lo stesso motivo per cui Marco Polo ha attraversato il deserto del Gobi, o Magellano ha doppiato il Capo di Buona Speranza (lo so… ci è arrivato cadavere…). Oppure per il motivo per cui il primo ominide ha voluto scoprire cosa ci fosse oltre le pareti della Rift Valley. Perchè siamo uomini. E gli uomini, vivaddio, sono curiosi. Almeno quelli che vale la pena di chiamare uomini. Poi ci sono coloro i quali sono già convinti di sapere tutto e quelli che sono convinti che non valga la pena di sapere altro. I Salemme. I TG4. Coloro per cui il Sole potrebbe continuare a girare intorno alla Terra. Per cui l’uomo è stato creato dall’argilla e l’universo è comparso in sette giorni. Ci sono, è vero. Ma non è grazie a loro che progrediamo.

(by Ruggero Ricci Mingani)

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In direzione dei 40, dopo una laurea in psicologia opero nel settore della disabilità. Controverso Magazine arriva per me nel momento giusto, dato che il mio ego necessitava di un contenitore ancora più ampio dei precedenti. Pertanto mi troverete qui a dialogare (ma anche a dilagare) sulle tematiche più disparate, che facilmente possono includere la ricerca scientifica, la divulgazione ed i complotti. Non disdegno questioni di attualità o argomenti più frivoli, che affronto comunque in modo quanto più possibile razionale e con quel filo di cinismo che mi rende lo zio alla lontana, un po’ stronzo ed egocentrico, che quasi tutti vorremmo avere.

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