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Non abbiamo capito come funziona la droga

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Circa due settimane fa un ragazzo di 16 anni è morto dopo l’assunzione di MDMA, droga che comunemente viene chiamata Ecstasy. Era in possesso di tre grammi della sostanza, divisa con due suoi amici sciogliendola in una bottiglietta d’acqua.
Ora, alcuni calcoli: l’MDMA ha un dosaggio indicato di 1,5mg per kg di peso. Lavoriamo nell’ipotesi che i tre ragazzi abbiano ricevuto MDMA al 50%, per essere equi tra la sostanza pura da una parte ed un intruglio in cui non c’è traccia della droga stessa, quindi si parla di 1.5g di MDMA in possesso dei tre ragazzi. Posto che l’abbiano divisa in parti uguali (ipotesi di comodo visto che la morte di uno dei tre può suggerire chi abbia fatto la parte del leone nel consumo) ogni ragazzo ha assunto 0.5g di MDMA, corrispondenti a 500mg. Con la proporzione precedente, 500mg corrispondono ad un dosaggio indicato per un peso di più di 300kg, il che, ipotizzando che il ragazzo pesasse bene o male 60kg, ci porta a dire che l’overdose è dovuta all’assunzione di una dose almeno 5 volte maggiore di quella che il corpo avrebbe potuto gestire. Volendo utilizzare i parametri minimi di purezza ritrovati dall’EMCDDA, il 20%, la proporzione porta a 200mg assunti, più del doppio della dose indicata. Inoltre la minore purezza sottintende che la sostanza può essere stata “tagliata” con componenti ignoti, anche tossici, che possono modificare (in negativo) l’effetto e la pericolosità della pastiglia in questione.

Questa ed altre informazioni sull’MDMA, nonché su altre sostanze di dipendenza, me le sono procurate con un rapido giro in Internet, trovando il sito danno.ch (creato da Radix, associazione della Svizzera italiana attiva sul fronte della prevenzione delle dipendenze). Identicamente ho trovato altri link in altre lingue ma, salvo il sito svizzero (dove per fortuna si parla anche italiano) non c’è alcun equivalente nella nostra lingua.Verrebbe da dire “stupefacente”, se non fosse cacofonico. Secondo voi per quale ragione non esistono tali siti in Italia?

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Ah già. In italia l’assunzione di MDMA, così come della quasi totalità delle sostanze stupefacenti, è illegale. Ciò che non torna è che anche in Svizzera (ed in altri paesi europei che presentano simili siti) l’MDMA è illegale, così come la quasi totalità delle sostanze stupefacenti (attualmente il dibattito politico svizzero si articola sulla legalizzazione della canapa, più o meno come in Italia). Cosa c’è di diverso allora?

Fin dal 1993 in Svizzera è attiva la cosiddetta “politica dei quattro pilastri“: prevenzione, terapia, riduzione e repressione. In Italia, da sempre, è attiva la politica del singolo pilastro: repressione, in barba agli altri tre. Negli ultimi 20 anni la politica svizzera ha ottenuto importanti risultati, quali la riduzione della mortalità e della criminalità legata al mondo dello spaccio, il miglioramento delle condizioni dei tossicodipendenti e la scomparsa quasi totale degli stessi dalle strade. In Italia le cose sono andate un po’ diversamente.

Onestamente non ho alcuna certezza che, se il ragazzo di 16 anni morto di MDMA avesse avuto tutta la ricchezza di informazioni che ho trovato io, adesso sarebbe ancora vivo. Non posso dire con certezza che avrebbe tarato l’utilizzo sul suo peso ed avrebbe considerato altre variabili quali il Set (cioè lo stato d’animo) ed il Setting (cioè il contesto in cui avviene l’assunzione). E se anche l’avesse fatto, non posso dire con certezza che non avrebbe rischiato nulla.

Una cosa però posso dirla con certezza: quel ragazzo non voleva morire. Non voleva perché non ha preso l’Ecstasy ed ha aspettato di essere sopraffatto dai suoi effetti, ma l’ha assunta per cercare lo sballo, così come il Setting di una discoteca suggerisce. Ci possono essere altre mille ragioni per cui quel ragazzo l’ha assunta, ma non la morte: e nulla mi toglie dalla testa che, potendo fruire di una serie di informazioni complete sulla sostanza, avrebbe avuto quantomeno la possibilità di ridurre il rischio di morte.

Non azzerare, ma ridurre. Questa la logica alla base della strategia della riduzione del danno, che si muove da una riflessione pragmatica e quasi scontata: per non avere alcun rischio dall’assunzione di droghe, non si devono assumere droghe. Ma molte, moltissime persone usano droghe, per moltissimi motivi.

Limitarsi a reprimere, proibire e negare la dignità di essere umano alla persona che fa uso di droga non funziona. O serve richiamare alla memoria, tra i tanti, il caso Cucchi? E nemmeno servono facili paternalismi ed assistenzialismo, che bene o male è il massimo supporto che attualmente viene offerto. C’è da chiedersi se è ciò di cui necessita un tossicodipendente, c’è da chiedersi se tale politica dissuada le persone a provare sostanze stupefacenti o se, vietandole, le rende idealmente più appetibili proprio perché “proibite”.

Consumo di cocaina nei paesi UE
Consumo di cocaina nei paesi UE

Si può discutere di liberalizzazione ma, prima ancora, a mio vedere deve crearsi una cultura che non colpevolizzi chi assume droghe. Il che significa pensare il drogato come una persona che ha un problema, non come un problema.

Culture più sensibili alla questione della nostra hanno già messo in atto tutta una serie di provvedimenti che, sulla scia della riduzione del danno, hanno permesso sensibili miglioramenti sia nella percezione sociale della tossicodipendenza che nella gestione dell’emergenza. In Italia tutto questo è passato e continua a passare in sordina, complice una tradizione culturale alquanto retrograda.

Una cultura della riduzione del danno non si limita a dire che drogarsi fa male: questo può dirlo anche la nonna che non si è mai fatta una canna in vita sua. La cosa più importante che dice è, ridotta all’osso, che drogarsi fa male ma nel momento in cui ci si droga esistono tutta una serie di accorgimenti e comportamenti che permettono di evitare gli effetti più devastanti ed avversi della sostanza assunta, che fanno comprendere quali possono essere le interazioni indesiderate e quali piuttosto le modalità di intervento migliori da attuare qualora si viene a contatto con persone che hanno assunto droghe.

Sì, perché la responsabilità della questione sull’assunzione di stupefacenti non può e non deve essere limitata a chi ne fa uso: famiglie, amicizie e persone che, per qualsivoglia ragione possano avere rapporti sociali con utilizzatori hanno, a mio vedere, il dovere di essere informati in modo quanto più preciso possibile, senza falsi moralismi (che non raramente hanno condannato a morte persone che avevano bisogno di aiuto) ma con gli strumenti più adatti per rendere tali soggetti portatori di un appiglio, di una speranza.

Questo sviluppa la strategia della riduzione: non solo cercare che il soggetto che usa stupefacenti lo faccia procurandosi il minor danno possibile, ma anche che, con personale formato in tal senso, abbia maggiori possibilità di contatto con una realtà sanitaria che lo agganci per tentare l’uscita dalla tossicodipendenza. Questa è la logica sottostante anche alle cosiddette “stanze del buco” (safe injection rooms), sperimentate in molti paesi europei ma quasi un tabù in Italia (ci fu un tentativo di esperimento a Torino a cavallo del nuovo millennio, poi nulla più), in cui non ci si limita ad un “posto dove drogarsi in pace”. Non si cerca di nascondere il tossicodipendente alla vista altrui, ma si tenta di favorire il suo ingresso in un sistema di recupero che nasce dal contatto e dalla percezione di vicinanza medica, sociale e personale, oltre a garantirgli condizioni igieniche ottimali per evitare il propagarsi di patologie infettive (HIV, epatite).

PH EMMEVI - NARCOSALE - STANZA PER L EROINA - (Agenzia: EMMEVI) (NomeArchivio: STANZhl4.JPG)

Invece ci troviamo ad avere una strategia praticamente fondata sul nulla: mentre altrove si sperimentano nuove modalità di contenimento e riduzione del danno (strutture mobili, analizzatori di sostanze fuori le discoteche, distribuzione controllata di eroina) da noi ciò che conta è punire e colpevolizzare.

C’è bisogno di ben altro: serve un cambio di paradigma, distaccandosi dal vecchio modo di vedere. Un ragazzo morto per overdose non è uno che “se l’è andata a cercare”, ma un ragazzo che ha voluto provare un’esperienza “proibita” senza le dovute conoscenze per affrontarla, vuoi per la giovane età, vuoi per la mancanza totale di informazioni sull’argomento. Mancanza di cui è colpevole un sistema oppressivo di silenzio e svalutazione che, al di là di qualche spot paternalistico, fa davvero poco e nulla.

Il proibizionismo ha fallito, prendiamone atto una volta per tutte.

Non saranno i metodi coercitivi a dissuadere il ragazzo ad assumere l’Ecstasy, potranno forse farlo modalità più complesse che non negano la realtà dei fatti. E, nel caso che il ragazzo decida comunque di assumere lo stupefacente, lo farà in modo informato; non “responsabile”, ma almeno avendo idea di cosa va incontro. Altrove nascono movimenti per un contrasto alle droghe tramite l’informazione e la conoscenza: da noi si impedisce addirittura che si sperimentino gli effetti delle sostanze d’abuso sugli animali: all’atto pratico, preferiamo che siano i ragazzi che le assumono a far da cavie.

Letteralmente.

 

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In direzione dei 40, dopo una laurea in psicologia opero nel settore della disabilità. Controverso Magazine arriva per me nel momento giusto, dato che il mio ego necessitava di un contenitore ancora più ampio dei precedenti. Pertanto mi troverete qui a dialogare (ma anche a dilagare) sulle tematiche più disparate, che facilmente possono includere la ricerca scientifica, la divulgazione ed i complotti. Non disdegno questioni di attualità o argomenti più frivoli, che affronto comunque in modo quanto più possibile razionale e con quel filo di cinismo che mi rende lo zio alla lontana, un po’ stronzo ed egocentrico, che quasi tutti vorremmo avere.

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