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Obeso, non Curvy

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Negli ultimi anni, in risposta ad una tendenza imperante a pretendere da uomini e donne la perfezione estetica spinta sino a livelli irreali, specie nella forma fisica, sono nate moltissime campagne che hanno promosso una visione positiva del corpo imperfetto, che fosse per qualche brufolo sui teenager, smagliature post gravidanza o quei fastidiosissimi ma tendenzialmente innocui chili di troppo che distinguono ogni donna normale – o comunque molte – dalle modelle che si vedono su ogni rivista.
Tra tutti – e forse più famoso – il Curvy Pride. Un’iniziativa che con incontri, eventi e manifestazioni cerca di spingere uomini e donne – soprattutto adolescenti – ad accettare il proprio corpo, anche se non magro come la società insegna dovrebbe essere, a non nasconderlo e a non vergognarsene. A fare sport anche se non si è a proprio agio in pantaloncini o costume, a mangiare sano ma a non affamarsi. Quest’ondata di orgoglio curvy ha segnato parecchie vittorie per le donne imperfette, che finalmente hanno potuto iniziare a riconoscersi in qualche sporadica modella. Ha insegnato alle persone a non vergognarsi, a non entrare in un vortice depressivo dal quale è difficile uscire e – soprattutto – a non cedere alla spirale discendente dei disturbi alimentari, ormai sempre più diffusi.

Quella che però era nata come una campagna di sensibilizzazione di tutto rispetto si è evoluta, ingigantita, sino a sfociare in articoli di scalpore come quello di Vanity Fair – che dichiara di promuovere l’orgoglio curvy sin dall’asilo, mettendo però in copertina donne non curvy, ma obese e palesemente photoshoppate e private degli inestetismi per rientrare nei canoni della moda patinata – o in servizi fotografici come quello della fotografa brasiliana Mariana Godoy che ha fotografato alcune donne affette da obesità scrivendo a pennarello sui loro corpi “Bella e sana”.
Il messaggio ha smesso di essere che non si deve essere necessariamente perfetti per stare bene con se stessi, ma che anche l’obesità deve essere vista positivamente, e che uomini e donne con tanti, troppi chili in eccesso rispetto al loro peso forma sono bellissimi a modo proprio, e non hanno bisogno di cambiare se stessi per avere a che fare con la società.

Quindi pur essendo consapevoli che il Curvy Pride abbia fatto del gran bene negli ultimi anni, Controverso ha deciso – tramite la nostra pagina ufficiale – di prendere posizione, dichiarando che queste campagne stanno prendendo una piega sinistra. Il nostro pensiero è stato chiaro sin da subito: l’obesità non può e non deve essere vista positivamente. Non è un semplice aggettivo come biondo, bruno, alto, basso, caucasico, curvy o magro. È una malattia. Provoca serissimi danni al fisico e alla qualità della vita. Essere Curvy – o anche un po’ grassottelli – è un conto, essere obesi un altro.

I commenti indignati non hanno tardato ad arrivare. Le accuse sono state tra le più varie: misoginia, razzismo, bullismo, istigazione alla violenza e molte altre.
Una pagina poi, Ciccioni contro la discriminazione, ha pensato bene di andare a rovistare nell’account privato di uno dei nostri autori per cercare altri argomenti a sostegno della propria tesi: cioè che il nostro intento fosse aggredire gli obesi, emarginarli, farli sentire male con loro stessi per innalzarci su un qualche tipo di piedistallo.
Dopo una breve discussione, il dissociamento di uno degli admin della pagina e le scuse ufficiali però ci è rimasto l’amaro in bocca. Davvero è così difficile accettare che l’obesità sia un problema? Davvero è complicato parlarne senza scatenare gli animi da ultrà, come se fossimo due squadre diverse che combattono?

Davvero urlare al bullismo è più facile che ammettere di avere un problema?

Sì, perché questo è il primo passo. Guardarsi allo specchio e dire: “Sì, sono obeso. Nessuno ha il diritto di trattarmi diversamente, nessuno ha il diritto di emarginarmi e nessuno ha il diritto di farmi sentire inferiore. Ma ho una malattia.”
Pochi mesi fa l’Easo –  l’associazione europea per lo studio dell’obesità –  ha rilasciato un dato preoccupante: quattro europei su cinque che si definiscono in sovrappeso, in realtà  sono obesi.

Questo dato dimostra – oltre a una noncuranza non indifferente rispetto alla propria salute – anche un’ignoranza abissale da parte del cittadino medio in merito all’obesità, ai rischi che comporta, alle sue cause e alle soluzioni.
E’ uno dei pericoli maggiori per la salute e per il benessere della nostra società ed è in costante crescita. In alcuni Paesi europei ben 6 persone su 10 sono classificate come obese o in sovrappeso, e si prevede che entro il 2030 questa proporzione riguarderà 9 su 10.
Non sono le parole di uno stilista, di una modella o della direttrice di Vogue. Ad avvertirci è Paolo Sbraccia, presidente dell’associazione italiana dell’obesità e rappresentante italiano dell’Easo.

Cosa significa essere obesi?

Bisogna fare innanzitutto una premessa: qui non stiamo parlando di chiletti di troppo, di un po’ di cellulite o delle famosissime maniglie dell’amore che un sacco di persone trova affascinanti. Noi in questo articolo vogliamo parlare di obesità, e l’obesità è una condizione specifica del corpo umano definita da un calcolo preciso che viene fatto in funzione di sesso, peso, altezza, massa magra e massa grassa. Il risultato individua il BMI, Body Mass Index, IMC – Indice di Massa Corporea in italiano.

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Per avere un corpo perfettamente sano e in forma, come si legge dalla tabella presa dall’associazione europea per lo studio dell’obesità, l’indice di massa corporea deve aggirarsi dai 18.5 e i 24.9, ovviamente con una certa elasticità.

È sopra i 25 punti di BMI che si deve iniziare a preoccuparsi, oltre i 30 si parla di obesità di varie classi e con vari fattori di rischio.
Adesso vi immaginiamo già tutti ad andare su internet per calcolare in fretta e furia il vostro BMI. Ci sono moltissimi siti che si propongono di farlo, e vanno anche bene se siete persone medie, cioè se non fate sport a livello agonistico. Perché questo? Perché i pratici programmini online tanto amati dai teorici dell’autodiagnosi non tengono conto di un fattore che solo in ospedale e nei centri specializzati può essere calcolato: la differenza tra massa magra e massa grassa.
Infatti con il calcolo online due uomini – o due donne – alti uguale e con lo stesso peso potrebbero risultare entrambi obesi. Eppure uno potrebbe essere un body builder senza un filo di grasso in corpo mentre l’altro effettivamente in forte sovrappeso. Questo perché? perché come ricordano sempre i medici sportivi i muscoli pesano più della ciccia.

Una volta fatte queste dovute premesse, un BMI superiore a 30 indica, al netto di ogni riflessione, una condizione di patologia. Al pari dell’eccessivo sottopeso, socialmente stigmatizzato perché associato all’anoressia, l’obesità accorcia sensibilmente l’aspettativa di vita: circa 2 anni in caso di obesità moderata, fino ai 8 anni per l’obesità grave. Non è errato pensare che l’obesità può privarci fino al 10% della vita, se non correttamente combattuta.

Ma come si distingue chi è curvy, chi è sovrappeso e chi è invece obeso?

Genericamente curvy, in quanto formoso, sinuoso, morbido dovrebbe indicare un corpo la cui conformazione è spostata verso l’abbondanza, senza però cadere nel range  di preobesità o obesità. Il problema è che Curvy non è un concetto scientifico, ed è quindi impossibile definirlo tramite un segmento della scala BMI. Quello su cui però per logica tutti potrebbero concordare è che curvy è chiunque si discosta dalla forma perfetta senza però raggiungere i livelli di pre-obesità o obesità. Quindi – facendo un rapido calcolo del BMI anche sui siti di autodiagnosi (se non avete una massa muscolare così elevata da poter falsare il risultato) – se l’indice di massa corporea supera i 25 punti non si può più parlare di curvy pride, ma di serio pericolo di rientrare nei casi di obesità, con tutti i rischi per la salute che essi comportano.
Qualche chilo di troppo infatti non ha mai ucciso nessuno, nè è dannoso per la salute. È per questo motivo che la fascia del normopeso è più ampia delle altre, per riuscire a comprendere anche chi pur non avendo un fisico da modella o da surfista, non vede la propria salute e il proprio stile di vita minacciati.

Ed è qui che arriva il problema, perché da quando il concetto di curvy ha preso piede, moltissime persone in fortissimo sovrappeso hanno iniziato a definirsi tali, sostituendo obeso o pre-obeso con curvy, come se questo altro non fosse che un termine politicamente corretto per definire chiunque, dalla giunonica Beyonce a Tess Holliday, modella plus size e idolo delle donne curvy di tutto il mondo, che ha persino lanciato un hashtag: #effyourbeautystandards, letteralmente fanculo ai vostri standard di bellezza. Come se tutto girasse attorno a questo, come se il curvy pride servisse a legittimizzare l’obesità definendo bello anche chi è obeso. Il che può anche essere vero, nessuno può stabilire cosa sia bello e cosa no, ma questo non implica in qualche modo aderire ai famosi standard di bellezza?
Perché Tess Holliday potrà anche essere sexy, potrà anche avere un volto meraviglioso ed essere amata da migliaia di fan per i suoi chili di troppo che porta con onore, con orgoglio. peccato che Miss Holliday sia clinicamente obesa, con un BMI ufficiale di 46, che la fa rientrare nell’obesità di terzo tipo, la più grave. Il che significa che se non farà qualcosa per la propria condizione, continuando a dichiarare che non vuole conformarsi agli standard di bellezza imposti dalla società, la sua aspettativa sarà ridotta di otto anni, sempre che non incontri prima altre patologie.

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Certo, ci potrà essere chi dirà che non sono dei numeri a stabilire l’essenza di una persona, non è un indice di massa corporea a distinguere chi è sano da chi è malato. Ci saranno poi persone che leggendo queste parole inorridiranno e diranno beh secondo i vostri standard fascisti anche io sarei obesa eppure non ho problemi, i miei esami sono perfetti e riesco anche a fare i salti carpiati all’indietro con doppio avvitamento e atterraggio sulle punte. 

Ok.
È vero. Il mondo è pieno di eccezioni, ci sono casi di persone che sono immuni all’Aids, casi di tumori che regrediscono senza apparenti motivi, di gente che torna a camminare miracolosamente e di morti che si risvegliano il giorno del proprio funerale dichiarando che stavano solo schiacciando un sonnellino.

Non si può però fare di casi specifici la regola, e la regola – cioè ciò che viene riscontrato negli studi medici di ogni lato del globo – è che l’obesità è dannosa sotto ogni punto di vista.

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Alcuni dei problemi che comporta l’obesità, tra cui: infertilità, gotta, pressione alta, diabete, cancro, malattie coronariche, calcoli renali, artrite, ridotta qualità della vita e apnea notturna.

Inutile girarci attorno: la salute di un obeso nella maggioranza dei casi è fortemente a rischio.
Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha dimostrato come su un campione di 1,46 milioni di adulti bianchi il rischio di mortalità per cause di vario tipo aumenti esponenzialmente con l’aumentare dell’indice BMI e con la sua eccessiva diminuzione (dimostrando come anche il forte sottopeso possa comportare rischi enormi per la salute). La mortalità è invece scesa al minimo con un BMI considerato normopeso, cioè tra i 20,0 e i 24,9.

Le cause possono essere molteplici, da malattie non necessariamente mortali ma fortemente debilitanti come ipertensione, diabete di tipo 2, osteoartrite, calcolosi biliare, asma,  aborti spontanei e infertilità generale a patologie ben più serie e, in molti casi, definitive. Tra esse, le più frequenti:

  • Ictus
  • alcune forme di cancro
  • malattie cardiovascolari e coronariche

Non è allarmismo, non è medicina improvvisata da gente che si ritiene esperta solo perché ha letto qualche articolo di Wikipedia e vuole sentirsi meglio con se stessa aggredendo le persone in sovrappeso (sì, abbiamo sentito anche questa). Non è che ci fanno schifo i grassi e allora dobbiamo trovare un modo per emarginarli. 
Sono dati medici. Sono risultati di anni di studi.
Sono una condanna a morte che non necessariamente deve essere definitiva.

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Ma io non sono obeso perché mangio, ho una malattia e non posso cambiare

Anche qui, dobbiamo tornare a fare il discorso della regola e dell’eccezione, della media dei casi e di quell’esigua percentuale che da essa si discosta.

In generale, i casi di obesità riconosciuti possono essere dovuti ai seguenti fattori:

  • Genetica: è probabile che esistano fattori genetici in grado di favorire o meno la capacità di perdere peso e mantenerlo nella norma. Attualmente i casi di obesità dovuta a fattori puramente generici sono rarissimi e a livelli di percentuale potrebbero essere contati sulle dita di una mano.
  • Fattori psicologici: esistono forme psicologiche di iperalimentazione, spesso favorite da stress o disturbi emotivi. Questo può portare a veri e propri disturbi del comportamento alimentare come la sindrome da alimentazione notturna e binge eating.
    In questo caso non si può cavarsela da soli, ma bisogna chiedere l’aiuto di uno specialista per riuscire a controllarsi e a riportare il proprio peso – e la propria salute – alla normalità.
  • Farmaci: alcuni medicinali possono aumentare la fame, ridurre il metabolismo o stimolare la proliferazione di cellule adipose. Tra essi per esempio gli antidepressivi e i corticosteroidi. Questo è un problema che si ha principalmente negli Stati Uniti e in tutti quei paesi dove la legge sulla prescrizione dei farmaci è molto più liberale che da noi (basti pensare alla quantità di antibiotici che viene data ai pazienti sin da bambini).
  • Malattie endocrine e metaboliche: esistono alcune rarissime patologie endocrine e metaboliche che possono causare un forte aumento di peso. Esse però colpiscono per l’appunto una percentuale molto bassa della popolazione, per esempio 1 su 26000 per la Sindrome di Crushing e 1 su 1000 per l’Ipotiroidismo manifesto.
  • Fattori socio-ambientali e sedentarietà: sostanzialmente uno squilibrio energetico fra le calorie indotte nel corpo e quelle consumate. Detta in maniera semplice: si mangia più di quanto si consumi a causa dei cibi ricchi di grassi e zuccheri e di una riduzione significativa dell’attività fisica legata alla sedentarietà sempre maggiore. Questa secondo medici e scienziati è la causa largamente maggiore di obesità nella popolazione mondiale.

 

Pur ammettendo quindi che ci possano essere persone affette da obesità per problemi metabolici, per problemi psicologici o a causa dell’assunzione di farmaci specifici, non è assolutamente possibile che essi siano la maggioranza, visto che non solo questo è falso ma anzi si tratta di una percentuale bassissima, senza poi contare il fatto che anche moltissime delle cause non socio-ambientali non sono irreversibili e non causano un’obesità obbligata e definitiva. Semplicemente la fatica aumenta, e con essa il rischio di scoraggiarsi ed adattarsi ad una condizione che, come già spiegato, uccide.

Pertanto una mancanza di movimento (non necessariamente agonistico o a finalità di fitness, come la palestra) ed uno stile alimentare che preferisce cibi ad alto tenore calorico sono i maggiori indiziati per l’aumento di peso. Quando questi fattori si perpetuano in modo continuativo, senza che vi siano modifiche di approccio, irrimediabilmente si cade nel sovrappeso, passando progressivamente dalla pre-obesità all’obesità vera e propria, che in Italia è una delle cause di morte prevenibile che causa più decessi, seconda solo al fumo.

Al mondo infatti muore più gente a causa dell’obesità che per malnutrizione, eppure tutti preghiamo per i bambini africani e ci indigniamo vedendo i loro corpicini scheletrici, ma siamo tutti troppo politicamente corretti per fare alcunché quando il bambino di sei anni già fortemente obeso chiede un gelato alla mamma, vedendoselo accordato.

È grasso della crescita, andrà via con il tempo. È solo un po’ paffuto. È proprio come il suo papà. È costituzione.


Queste sono solo alcune delle scuse che moltissime madri adducono alle amiche (e spesso a sé stesse) quando si fa loro notare che  il bambino che tanto amano avrebbe bisogno di meno merendine e più corse all’aria aperta.

Probabilmente non sanno, o rifiutano di riconoscere, che l’obesità infantile è terribilmente rischiosa e che al momento riguarda circa il 10% dei bambini, mentre un ulteriore 21% è clinicamente pre-obeso.
In moltissimi casi la causa è riscontrabile nell’iperalimentazione prenatale (durante la gravidanza) e postnatale (primi due anni di vita), che ha la spiacevole conseguenza di aumentare volume e numero delle cellule adipose, rendendo un futuro dimagrimento molto più complesso e faticoso, visto che una volta aumentate  queste cellule si può ridurne la dimensione ma non il numero.

Essa è poi favorita da moltissimi atteggiamenti errati, dipendenti sia dal bambino che dai genitori: aumento dell’uso di trasporto motorizzato, diminuzione dell’attività fisica durante il tempo libero e conseguente aumento della sedentarietà, aumento del tempo trascorso davanti la TV, il computer o la console, aumento della quantità e varietà degli alimenti grassi ed energetici, aumento dell’uso di ristoranti e fast-food per pranzare e cenare, aumento del numero dei pasti durante la giornata.
È di rilevanza che l’obesità infantile sia più diffusa in famiglie con bassa istruzione, come indica l’Osservatorio del Ministero della Salute. Facile dedurre che la mancanza di informazioni sull’argomento sia un discrimine importante per la gestione dell’alimentazione e del peso dei propri figli, oltre che del proprio.

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1 bambino su 3 è considerato obeso. Il bambino medio consuma 6 volte la dose giornaliera raccomandata di zucchero e il 74% dei bambini non fa sufficiente esercizio

Questo provoca anche un’impennata della spesa sanitaria pubblica.
Se infatti per i soggetti pre-obesi la spesa sanitaria è del 4% più alta rispetto a quella per i normo-peso questa percentuale aumenta fino al 51% nei casi di obesi di elevata gravità. Le malattie che più gravano in tal senso sono il diabete, l’ipertensione e le patologie cardiovascolari.

Sovrappeso ed obesità gravano sul sistema sanitario italiano per una cifra di circa 2.5 miliardi di euro l’anno. A livello mondiale l’obesità incide dal 2% fino al 8% dell’intera spesa pubblica delle nazioni, mostrando come sia un problema epidemico e trans-nazionale. In Italia ancora più grave è la prospettiva futura, con un sovrappeso infantile oltre il 30% che, se non ridotto tramite interventi appositi, aumenterà sensibilmente la spesa sanitaria.
In varie nazioni europee si è sperimentato un approccio di tipo fiscale (aumentando le tasse sui prodotti pieni di grassi e zuccheri) ma i risultati sono discordanti e tale strategia non appare in grado di arginare il fenomeno. In Italia nel 2012 fu presentata una proposta di legge che intendeva tassare le bevande gassate, ad opera dell’allora Ministro della Salute Balduzzi, ma questa fu aspramente criticata e ritirata.
Nessun’altra proposta in tal senso è stata, ad oggi, avanzata.

E prima di prendere i forconi ed accusarci di voler epurare il mondo dai grassi alla maniera Hitleriana, fermatevi un secondo a riflettere: in che modo può essere visto positivamente qualcosa che, oltre ad ammazzare chi ne è affetto, oltre a condannarlo ad una vita qualitativamente inferiore, oltre a condannare con molte probabilità quella dei suoi figli – se riesce ad averne – grava anche sui costi del sistema sanitario nazionale? Perché possiamo sentirci in diritto di gridare – giustamente – all’assassino quando qualcuno si accende una sigaretta o davanti ad un alcolista, ma si viene accusati di bullismo nel dire che essere obesi è altrettanto grave?

Come si può – in tutta coscienza – dichiarare che obeso è bello, che l’obesità è solo un canone diverso di bellezza e che una donna è bella e sana?
Addirittura è stato detto che in caso di carestia una persona obesa avrebbe più probabilità di cavarsela, pur di trovare dei lati positivi.  Peccato che viviamo in una parte di mondo che non ci richiede lo sfruttamento di tali provviste di riserva: l’ultima carestia è datata 1670, quindi l’ipotesi è alquanto remota. E anche ammettendo che domani si arrivi all’olocausto nucleare e che sparisca ogni fonte di nutrimento, le prime riserve consumate dal corpo sarebbero le proteine dei muscoli, più efficacemente degradabili in energia, portando così a debolezza ed apatia, mentre l’adipe in eccesso nel corpo non verrebbe utilizzato se non successivamente, in quanto più difficile da sfruttare.
Quindi oltre che essere piuttosto anacronistico e irreale, l’esempio della carestia è anche scientificamente scorretto.

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Il numero di sovrappeso ed obesi è triplicato dal 1980 ad oggi.

Ma la gente non è nuova nel cercare scuse per la propria forma fisica.
Quante volte avete sentito biasimare la moda, che propone taglie striminzite, o l’avete fatto voi stessi? Sapete che – pur ammettendo la scelleratezza di quegli stilisti che si ostinano a voler proporre modelle sempre più magre – il fatto che la corporatura della cosiddetta donna media sia raddoppiata negli ultimi cinquant’anni è passato sottobanco anche all’aumento progressivo delle taglie da parte delle case di moda?

Infatti il mito della taglia 42 è duro a morire, chiunque vorrebbe entrare nella tanto perfetta e tanto sana taglia 42, la taglia della donna mediamente magra. Peccato che se nel 1975 in Inghilterra la taglia 10 (equivalente della 42 in Italia) corrispondeva ad un giro di 24 pollici (circa 61 cm), ad oggi la stessa taglia 10 equivale ad un giro di 28 pollici (71 cm), con un guadagno di 10 cm in 40 anni. Questo rispecchia l’ingannevole necessità di ricercare una forma esageratamente canonizzata, la quale finisce per essere un’auto-soddisfacimento della persona più che un reale riscontro fisico.

Questo ha portato a grandissimi missunderstanding storici come la famosa diatriba sulla taglia di Marilyn Monroe, che tutti portano ad esempio come donna formosa e di taglia 46.
Vi basti sapere che quando uno dei vestiti di scena della grassissima Marilyn è stato venduto, hanno cercato di metterlo su un manichino taglia quaranta – l’attuale quaranta – senza riuscire ad allacciarlo perché risultava troppo stretto per il supporto.

Per concludere quindi, ribadiamo il concetto al quale resteremo fedeli sino a quando la medicina non inizierà a sostenere che l’obesità non è un rischio:
Sì all’orgoglio Curvy, sì all’accettazione del proprio corpo, sì alle modelle imperfette e sì ad un’educazione alimentare corretta e non eccessiva in nessun versante.

Mai e poi mai però riterremo positive campagne come quelle di Mariana Godoy che – invece che bella e sana – sulle sue modelle oversize poteva scrivere avvocato, bionda, bruna, madre, studentessa, cassiera, disoccupata, amante della lettura, maestra d’asilo o semplicemente essere umano. Perché è questo che sono le persone obese, esseri umani con una malattia.
Non picchiereste mai un bambino malato di cancro, non filmereste mai di nascosto una donna con fibrosi cistica né ridereste indicando per la strada ai vostri amici un non vedente. A meno che non siate persone di merda.

Avere una malattia non significa essere inferiori.
Negarla però significa essere come minimo stupidi.

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