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Arabia Inaudita: Greta, Vanessa ed un popolo di indici

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Siamo davvero un popolo strano.

Abbiamo messo tutti la nostra bella immagine del profilo “Je Suis Charlie” quando è avvenuta la strage di Parigi, ci siamo sperticati in invocazioni sulla libertà di stampa, di espressione e di parola, sulla necessità di affrontare gli estremismi e gli integralismi. Senza se e senza ma, abbiamo condannato l’accaduto, sicuri di essere dalla parte della ragione perché dai, è abbastanza chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi. Qualcuno è riuscito a fare dei distinguo anche in questa situazione, altri hanno cavalcato l’onda per lanciare le loro proposte xenofobe (sia mai) o per raggranellare qualche spicciolo in più (il più grosso quotidiano nazionale, mica l’ultimo dei blogger).

Tutto sommato è andata non troppo male, almeno rispetto ad altre occasioni.

Tuttavia, siamo un popolo che dimentica velocemente: abbiamo la memoria del pesce rosso (ed a volte mostriamo la sua stessa intelligenza) e, in (dis)funzione di tutto ciò, abbiamo “accolto” Greta e Vanessa, le ragazze liberate dopo sei mesi di prigionia in Siria come “meglio” non si poteva.

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Facciamo un passo indietro: io per non farmi mancare nulla ho cercato di informarmi sulla situazione siriana. In sintesi: un casino senza precedenti. Non ve la sto a menare qui, il titolo del post non è a caso.

Tuttavia della Siria, diciamo la verità, ce n’è sempre fregato il giusto. Qualcosa quando sono stati diffusi i video delle esecuzioni dell’ISIS, ed anche lì, giù a dubitare della veridicità degli stessi: poche ore dopo, tutti espertissimi videomaker. Ma per il resto, è una regione abbastanza lontana da non ledere la nostra routine giornaliera. Per carità, l’ex Jugoslavia era molto più vicina, ma anche lì la cosa non riscosse molto successo; magari una guerra civile a San Marino potrebbe stuzzicarci.

Tuttavia, al ritorno della prigionia di queste due ragazze si è scatenato il popolo dell’intelligence improvvisata: molti avevano un’opinione già all’uscita della notizia,  altri se la sono fatta vedendo le prime foto. Così, dopo Charlie Hebdo, il tema caldo è stato Greta e Vanessa.

Per alcuni, “le due troiette“. Potete immaginare cosa esce su Google cercando “troiette”. Ed ecco, no, non mi sembra affatto che i risultati ricordino le due ragazze liberate. Le quali, secondo i dietisti della prima ora (improvvisati, ovviamente), sarebbero ingrassate durante la prigionia. Quindi col cazzo che erano prigioniere, han fatto la bella vita. Ora io, tra le altre cose che faccio con risultati discutibili oltre allo scrivere, mi diletto nella fotografia. La stessa persona, presa con luci, angolazioni e posizioni differenti, può variare d’aspetto fino a dimostrare 20 o 30 anni e sembrar pesare 50 o 70 kg; eppure, in barba a questa evidenza, c’è chi si prende la briga di confrontare due foto (di norma in formato facebook, pari più o meno ad un francobollo) di cui non sa nulla se non che rappresentano lo stesso soggetto, e decreta che abbia avuto una dieta ipercalorica nell’ultimo semestre. Sarà che dopo le festività tutti sembrano ingrassati, ma ho seri dubbi sul fatto che le due abbiano partecipato a cenoni. Che siano in buona salute, è anche coerente: sono state un valore per chi le teneva in ostaggio, chi non curerebbe ciò che può portargli vantaggi?

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Intendiamoci: non voglio prendere le difese delle due ragazze ad ogni costo ed elevarle a vestali postmoderne, anche perché non lo sono. Ma, fino a prova contraria, sono due ragazze che hanno seguito un ideale che le ha portate in un luogo in cui la sicurezza personale non è massima, con indubbiamente delle ingenuità e degli slanci che hanno fatto sottovalutare il pericolo (sebbene non fossero in Siria per la prima volta). Non sono guerrigliere, non sono convertite alla “guerra santa”, non sono agenti segreti. Sono due ragazze alla pari di chi legge o delle figlie di chi legge (amo pensare di avere un pubblico vario). Forse vedere Homeland ed altre serie TV simili non ci aiuta in sede di giudizio.

E veniamo al nocciolo della questione, che ha infervorato gli animi e dato luogo alle più becere manifestazioni di qualunquismo e benaltrismo: il riscatto che si sarebbe pagato per la liberazione delle due.

La cifra messa in giro (12 milioni di dollari, circa 10 milioni di euro) non ha fonti certe, è stata rimbalzata da una tv araba e diffusa a macchia d’olio. Anche da chi non ha idea di quanto siano. Per quanto la cifra sia stata giudicata inverosimile, ha infuocato molte bocche. Peccato che, anche dovesse ricadere sui contribuenti, sarebbe una cifra pro capite pari al caffè della mattina. Insomma, c’è chi dà delle “troiette” a due che ti hanno (forse, non siamo nemmeno sicuri di questo) bevuto il caffè che hai appena ordinato. Succedesse davvero una scena simile: due ragazze entrano nel bar dove fai colazione, prendono il tuo cappuccino e se lo dividono. Detta così ti fai una risata, le mandi a quel paese, nella migliore delle ipotesi gliene offri un altro, che fa brutto bersi solo mezzo cappuccio. Poi ti rimane come aneddoto per gli amici, di certo non vomiti fiele su Facebook per un episodio simile.

Eppure così è successo. Ora, io non dubito che, se un riscatto è stato pagato, questo sarà utilizzato per attività combattenti: non c’è di certo scritto sui soldi “da usarsi solo ai distributori di preservativi”. Qui non ci possiamo fare molto, tranne comprendere che se la scelta è la trattativa al fine di liberazione, sarà stata fatta in conseguenza di valutazioni con molti più elementi rispetto all’utente medio dei social network. Ah ma dimenticavo, l’utente medio è anche fine esperto di relazioni internazionali in teatri di guerra civile.

E perché, allora, non viene fatto lo stesso con gli altri italiani sequestrati in giro per il mondo? Forse perché nessuna situazione è uguale alle altre e va trattata singolarmente, con le sue peculiarità e le sue variabili. E perché la politica internazionale non è un giochino di facebook in cui vinci con i like dei tuoi amici, ma qualcosa su cui, se non sei estremamente preparato, rischi di dire castronerie non appena apri bocca.

Per questa ragione io mi sono limitato ad un dubbio condiviso con i miei contatti: “ma quelli che danno addosso alle due ragazze liberate in Siria, sono gli stessi che dicono “aiutiamoli a casa loro” in tema immigrazione?“. La discussione è deviata dal fuoco tanto da suggerirmi di fare un articolo per esprimere la mia opinione.

E, in tutta onestà, la mia opinione è che non se ne può più di gente che punta indici. Di gente che usa i social network come sfogatoio personale, attaccando i personaggi del giorno, cercando il torbido ovunque e offendendo gratuitamente persone di cui non conosce che il nome. Non sono sfiduciato, sono solo schifato. Accennavo a Charlie Hebdo all’inizio: lì era facile puntare l’indice, i cattivi hanno tratti chiari e li possiamo, appunto, indicare. Ma qui? A voler per forza puntare un indice, ce lo dovremmo puntare contro, visto che in questa storia i cattivi siamo noi, quando pensiamo che nella vita bastino due dita: il pollice per dire “mi piace” e l’indice per dire “è colpa tua”.

Ah, poi c’è Gasparri. Ma questa la sapete già.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 20 Gennaio 2015 su Il ballo del cervello

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In direzione dei 40, dopo una laurea in psicologia opero nel settore della disabilità. Controverso Magazine arriva per me nel momento giusto, dato che il mio ego necessitava di un contenitore ancora più ampio dei precedenti. Pertanto mi troverete qui a dialogare (ma anche a dilagare) sulle tematiche più disparate, che facilmente possono includere la ricerca scientifica, la divulgazione ed i complotti. Non disdegno questioni di attualità o argomenti più frivoli, che affronto comunque in modo quanto più possibile razionale e con quel filo di cinismo che mi rende lo zio alla lontana, un po’ stronzo ed egocentrico, che quasi tutti vorremmo avere.

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