Rosario Crocetta, presidente della Regione Sicilia, in piazza Montecitorio a Roma, 15 novembre 2012. ANSA/GUIDO MONTANI

Crocetta, Tutino, Borsellino: cosa sappiamo davvero?

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La b0mba è esplosa il sedici luglio, quando l’Espresso di Luigi Vicinanza ha pubblicato l’anteprima di un articolo nel quale era lasciata più che intendere l’esistenza di un’intercettazione di una discussione in merito a Lucia Borsellino – fino a poco tempo fa assessore regionale alla sanità – tra Rosario Crocetta, presidente della regione Sicilia, e Matteo Tutino, suo medico personale attualmente confinato ai domiciliari con l’accusa di truffa, falso e peculato.

va fermata, fatta fuori. Come suo padre

Parole pesanti, parole che – a pochi giorni dall’anniversario della strage di via d’Amelio – non possono fare altro che chiamare alla memoria il nemico numero uno che lo stato deve affrontare – il più delle volte fallendo – in Sicilia: la mafia. Una mafia che si nutre della connivenza di un popolo forse lasciato troppo solo da quello stesso stato che dovrebbe proteggerlo, un popolo che oltre ai peggiori boss, ha dato i natali anche a gente che quei boss li ha combattuti e li combatte ogni giorno.

Fino a pochi giorni fa Crocetta era ritenuto uno di loro. Uno dei buoni. Non il miglior presidente che si potesse desiderare, ma nemmeno l’ultimo degli ultimi.
Dichiaratamente omosessuale in una regione che – ammettiamolo – non brilla per progressismo, costantemente seguito da sei uomini di scorta e con all’attivo almeno tre attentati di stampo mafioso ai propri danni, il presidente della Sicilia ha sempre cercato di fare della propria amministrazione un esempio di lotta alla mafia e alla corruzione. Ci sono stati casi in cui ha fallito miseramente, ma non potendo fare processi alle intenzioni è difficile non rendergli atto dei tentativi e del fatto che è proprio sotto il suo governo che la Sicilia si è costituita parte civile nel processo sulla trattativa Stato-mafia e che – almeno sulla carta – quella del presidente democratico è stata sin da subito una giunta creata all’insegna della giustizia, come dimostra l’assessorato di Lucia Borsellino, che ha preso in mano le redini della sanità siciliana, da sempre terreno più che florido per gli affari mafiosi.

Ma allora perché in questi giorni tutti vogliono le sue dimissioni?

Per capire questa storia dai contorni più che torbidi dobbiamo fare un passo indietro di almeno due anni. Noi lo faremo attenendoci esclusivamente ai fatti. Cosa piuttosto complicata in una faccenda che – almeno attualmente – va avanti trainata dal carro del sentito direMa ci piacciono le imprese difficili:

2013: Risale ai primi mesi del 2013 l’inizio delle indagini a carico dell’ospedale Villa Sofia di Palermo. In particolare i carabinieri si concentrano sulle cartelle gonfiate e i servizi privati denunciati come pubblici del reparto di chirurgia plastica dell’azienda ospedaliera. A ricevere un avviso di garanzia – tra i tanti –  anche il direttore dell’unità operativa incriminata Matteo Tutino, che si dà il caso essere anche il medico personale del presidente della regione Rosario Crocetta. L’uomo era già al centro di parecchie polemiche in merito alla sua nomina, contestata da numerosi colleghi che come lui si erano candidati.
Lucia Borsellino viene interrogata in quanto persona informata sui fatti in merito all’inchiesta sul Villa Sofia. L’assessore  collabora a stretto contatto con i pm durante le indagini, dichiarando irrituale l’atteggiamento di Tutino nei suoi confronti.

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11 febbraio 2015: La sanità siciliana è ancora una volta nell’occhio del ciclone, questa volta a causa del decesso della piccola Nicole, una neonata lasciata morire in ambulanza per assenza di posti disponibili negli ospedali più vicini, a Catania. Subito il ministro della sanità Beatrice Lorenzin invia un commissario in Sicilia dichiarando: “Se la sicilia non è in grado, ci pensiamo noi“.
Pochi giorni dopo l’assessore Borsellino annuncia le proprie dimissioni dichiarando: “Le parole del ministro Lorenzin sono state particolarmente dure e io ritengo che non ci siano più gli elementi minimi perché io possa proseguire il mio mandato, ecco perché annuncio le mie dimissioni“.

29 giugno 2015: I Nas di Palermo arrestano Matteo Tutino con l’accusa di truffa, falso, peculato e abuso d’ufficio. L’ordinanza, emessa dal gip Giovanni Francolini, dispone la misura cautelare degli arresti domiciliari. Il procuratore capo ha dichiarato di aver ricevuto massima collaborazione da Lucia Borsellino in merito alle indagini contro Tutino.
Riguardo all’arresto il segretario regionale del sindacato dei medici ha chiamato in merito proprio la regione e l’assessorato, dicendo che i tanti che sapevano devono pagare. 

Ora i tanti che sapevano devono pagare…Dalla presidenza della Regione passando per l’assessorato alla Sanità alla sesta commissione dell’Ars, per finire alla direzione aziendale.

2 luglio 2015: Confermando le dichiarazioni di febbraio, Lucia Borsellino manda una lettera di dimissioni al presidente di Regione, adducendo tra le motivazioni della propria scelta Prevalenti ragioni di ordine etico e morale e quindi personale, sempre più inconciliabili con la prosecuzione del mandato. 
La Borsellino ha poi chiamato in causa i numerosi accadimenti che hanno aggredito il nome della sanità siciliana, da lei rappresentata. Avvenimenti che – sempre secondo le parole dell’ormai ex assessore – hanno di conseguenza avuto impatto anche sul suo nome, riferendosi nello specifico al caso della piccola Nicole e a quello dell’ospedale Villa Sofia.

16 luglio 2015: L’Espresso pubblica l’anteprima di un articolo in cui viene riportata tra virgolette una frase che proviene – secondo il periodico – da un’intercettazione tra Matteo Tutino e Rosario Crocetta. I giornalisti scrivono che nell’intercettazione Tutino afferma che Lucia Borsellino «va fermata, fatta fuori. Come suo padre». Riferendosi poi a Crocetta aggiungono: «Non si indigna, non replica: nessuna reazione di fronte a quel commento macabro nei confronti dell’assessore della sua giunta, scelto come simbolo di legalità in un settore da sempre culla di interessi mafiosi». E si dice infine che gli stralci di queste intercettazioni sono confermate dai magistrati e dagli investigatori che lavorano all’inchiesta.

Ovviamente la notizia non è passata in sordina. La richiesta delle dimissioni di Crocetta è stata presentata a gran voce sia da esponenti del PD siciliano che dall’opposizione. Il presidente della regione si è detto raggelato,  ha affermato di non aver mai sentito nulla del genere pronunciato dal proprio medico, e che se così fosse stato sicuramente lui non avrebbe accolto una simile esternazione con il silenzio. Si è dichiarato una vittima e ha aggiunto che su di lui si sta usando il Metodo Boffo.

Questa pratica è nota con il nome dell’ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo, che nel 2009 – quando erano appena emerse testimonianze riguardanti le frequentazioni di Silvio Berlusconi con prostitute – era particolarmente attivo sulla propria testata con la critica allo stile di vita dell’allora Presidente del Consiglio. In concomitanza con questo, Vittorio Feltri pubblicò su Il Giornale un articolo in cui, presentando dei documenti poi smentiti dalla procura, accusava Boffo di essere stato querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione.
Per questo Vittorio Feltri fu sospeso per tre mesi dall’ordine dei giornalisti, ma ovviamente la fama di Boffo era già stata intaccata.
Ed ecco in cosa consiste il Metodo Boffo: una campagna di stampa basata su illazioni e bugie allo scopo di screditare qualcuno per ragioni politiche.

16 lugli0 2015, ore 17:00: Il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi dichiara che la frase pubblicata dall’Espresso non figura in nessuno degli atti in suo possesso.

A questo la redazione de l’Espresso ha risposto ribadendo senza troppi dettagli che l’intercettazione esiste, risale al 2013 – periodo in cui sono iniziate le indagini a carico di Tutino – ed è contenuta in un fascicolo secretato. Cosa che ha ribadito il caporedattore dell’Espresso al Corriere della sera, dichiarando: «La Procura dice cose vere, la telefonata non è trascritta negli atti depositati, ma omette che sia fra gli atti non depositati di un’inchiesta collegata. ».

17 luglio 2015: In un botta e risposta degno della miglior commedia degli equivoci, la procura di Palermo ha replicato alla replica dell’Espresso, smentendo di nuovo le parole dei giornalisti.

Questi sono i fatti.
Banali forse, pochi sicuramente.
Questi sono i dati certi che chiunque voglia crearsi un’opinione ha in mano quando si discute del Caso Crocetta-Tutino-Borsellino.
Eppure negli ultimi giorni tutti sono diventati teorici di criminologia, esperti di mafia e giuristi da bar. Da quando è uscita la notizia, Crocetta è stato dichiarato colpevole. Non in un’aula di tribunale ma in quella – forse peggiore per un politico – mediatica e sociale.
Gli esponenti del suo stesso partito annunciano la sfiducia, maggioranza ed opposizione della sua giunta si spalleggiano in  continue minacce di dimissioni e Renzi parla già di exit strategy. Ovviamente non si risparmiano gli articoli su Lucia Borsellino, erede di un nome sinonimo si integrità e lotta alla mafia. Articoli su Lucia Borsellino tradita, Lucia Borsellino usata, Lucia Borsellino minacciata perché sapeva troppo da un lupo che sin ora si era travestito da pecora.

Quando si istituisce un processo per mafia l’imputato è considerato colpevole sino a che non si dimostri altrimenti. Ma qui ci troviamo di fronte ad un caso nel quale la procura stessa dichiara l’estraneità di Crocetta. Un caso in cui sono stati proprio i pm ad essersi esposti affermando che quell’intercettazione non esiste, e se esiste loro non ne hanno mai visionata una copia. Quattro pm di quattro procure diverse lo continuano a ribadire, eppure su ogni giornale italiano rimbalza la notizia di Crocetta il mafioso, Crocetta il colluso, Crocetta il connivente che ha dato un silenzioso assenso a parole che sputavano sulla memoria di Paolo Borsellino.

Se si tratti o meno di Metodo Boffo non sta a me deciderlo.
Se Rosario Crocetta sia innocente o meno, neanche.

Ma più leggo articoli ed editoriali in merito a questa faccenda meno riesco a togliermi dalla testa l’idea che ci sono sempre due motivi se un politico finisce nell’occhio del ciclone in questo modo: o è davvero pieno di merda sino al collo, o qualcuno ha voluto buttarcelo.
Crocetta urla al golpe politico, altri azzardano un po’ meno e suggeriscono che ci possa essere una fonte istituzionale considerata credibile dall’Espresso, probabilmente con finalità proprie.

Io non posso fare altro che guardare lo svolgersi di una storia già scritta, nè fare a meno di pensare al perché desidero diventare una giornalista: dare alle persone i mezzi e gli strumenti per ragionare con la propria testa. Informare e gettare luce sulle schifezze che il più delle volte passano in sordina.
Ma attenzione: le schifezze devono essere reali e documentate, devono esistere. Perché quello del giornalista è un lavoro tanto nobile quanto potente. Quando la tua voce è ascoltata da migliaia di persone non puoi scrivere con leggerezza, non puoi farti guidare da antipatie politiche e o simpatie monetarie. Perché altrimenti rischi di diventare l’ultimo dei tanti scribacchini servi di un’ideologia o di un partito.
E la gogna mediatica a cui sta venendo sottoposto l’attuale presidente della regione Sicilia può essere giustificata solo da una colpevolezza certa, che al momento non sembra essere stata dimostrata, nè nella corte penale nè in quella popolare.

Molti si chiederanno: e allora? succede ogni giorno e succederà sempre.
La differenza è che questa volta ad innalzarsi al ruolo di giudice, giuria e boia è stato un grande periodico, culla di grandi giornalisti. Non un giornaletto che trasuda pensiero politico da ogni macchia d’inchiostro, né il Vittorio Feltri della situazione, già noto ben prima del Metodo Boffo per le sue vicinanze politiche. La differenza è che questa volta è stata chiamata in causa la memoria di un uomo che per i propri ideali è stato ammazzato: Paolo Borsellino.
Se sua figlia sia stata usata per giochi politici, se davvero la sua incolumità sia stata minacciata o se semplicemente se ne sia andata perché stanca di dover rappresentare un sistema che – come dimostrato – non ha la fiducia del potere centrale e delle istituzioni, non possiamo saperlo.

In ogni caso però abbiamo perso.

Sia che la notizia si riveli vera e un altro dei politici che credevamo puliti passi nelle fila dei mafiosi, collusi e conniventi, sia che la notizia si riveli falsa e un altro dei giornali che credevamo puliti passi nelle fila dei servi di partito ed ideologia.

Come al solito, ne usciremo sconfitti noi.

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Aspirante giornalista, aspirante scrittrice, aspirante dominatrice del pianeta e aspirante cittadina di un paese in cui tutti vengano trattati alla stessa maniera, ho iniziato a scrivere un nefasto giorno della mia infanzia e da allora non ho più smesso. Femminista un po’ per caso e paladina dei diritti civili per vocazione, ho un sogno del cassetto: arrivare al governo ed istituire il reato di stupidità manifesta. Su Controverso parlerò di tutto ciò che non va nel mondo e nei suoi abitanti, il che ci garantirà argomenti di discussione per i prossimi dieci anni.

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