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Diaz: La colpa è dell’Italia

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Ieri pomeriggio, la Corte Europea per i Diritti Umani ha ufficialmente fatto qualcosa che all’Italia non è riuscito di fare in quattordici anni, nonostante processi, inchieste, proteste, un film, più libri e non so quanti documentari: riconoscere che i fatti del 21–22 Luglio 2001 a Genova sono stati una schifezza. Che non si trattava del “solito” pestaggio della polizia ai danni di quattro zecche con la keffyeh, che la cosa più grave non erano le due molotov che due agenti hanno introdotto nella scuola per poi accusare di terrorismo quelle stesse persone che avevano precedentemente massacrato di manganellate.

A Strasburgo, il 7 Aprile 2015 l’hanno detto chiaro e tondo come le vittime lo hanno detto per — e ripetiamolo — quattordici anni: alla Scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto lo Stato Italiano si è reso colpevole del reato di tortura.

Frena. Prendi un bel respiro. Rileggi la frase in grassetto. Non un poliziotto-feccia, non tre ribelli, non un gruppo terroristico e nemmeno un reparto di polizia. Lo stato. Tutto. Hanno condannato l’Italia, non degli italiani.

Nella palestra della scuola A.Diaz

Non ho intenzione di stare qui a fare un resoconto articolato su cosa è successo quella notte. C‘è chi lo ha fatto in modo molto migliore di quanto potrei mai farlo io, raccogliendo centinaia di testimonianze, guardando migliaia di foto ed ore di filmato. Posso però dirti che la notte del 21 Luglio 2001 circa 150 poliziotti hanno fatto irruzione nella Scuola Armando Diaz di Genova, in cui dormivano 93 persone — perlopiù stranieri -. Queste persone erano giornalisti, attivisti no-global e manifestanti venuti in città per protestare pacificamente contro il G8, e sono stati massacrati di botte, presi a calci, pugni, sputi e manganellate. Uomini e donne, giovani e vecchi fino ai sessant’anni hanno subito insulti, umiliazioni, percosse e violenze. Le forze dell’ordine hanno minacciato le donne di stupro, hanno rotto ossa, crani e coperto i pavimenti di sangue. Alla fine del raid 63 persone su 93 sono finite in ospedale, quattro dei quali in condizioni gravissime, e il resto arrestati e trascinati nella caserma della polizia di Genova Bolzaneto. Lì, un totale di 222 detenuti è stato sistematicamente picchiato, umiliato e torturato dalle forze dell’ordine e dai medici dell’infermeria.

Immagini dei pavimenti della Scuola Diaz

Per quattordici anni, questa cosa non è rimasta solo impunita, ma è rimasta proprio in sordina. Me ne sono reso conto quando la mia stessa ragazza ha confermato il mio pensiero — inconscio — alla lettura del resoconto di Davies su Internazionale. “è roba da boko haram cazzo” mi ha detto “non da poliziotti per quanto violenti“. E aveva ragione: perfino per la nostra mentalità italiana, dove il concetto del poliziotto che manganella nei denti un manifestante non è alieno come lo sarebbe nel cervello di un inglese o di un tedesco, il resoconto che avevamo appena letto era troppo.

Pure mia madre, più tardi, ha detto “la Diaz? non era dove hanno ammazzato Carlo Giuliani?“. E io mi chiedo, com’è possibile che questa cosa, forse la cosa più grave che sia successa in Italia in tutto il ventunesimo secolo, sia passata in sordina? Certo, tutti — o almeno chi legge i giornali — han sentito parlare della Diaz (mia madre ha solo memoria da pesce rosso), ma com’è che io dell’omicidio di Carlo Giuliani so ogni dettaglio e ci è voluto un inglese del Guardian per farmi scoprire le atrocità commesse dalla polizia di stato italiana? Com’è possibile che Strasburgo condanni tutto il paese, e noi non siamo riusciti a condannare nemmeno un poliziotto in quattordici anni di processi?

Qui mi verrebbe da insultare qualcuno, ma per educazione cercherò di essere un po’ più diplomatico.

Il primo problema è che l’Italia non è esattamente il miglior posto in cui aspettarsi che qualcosa del genere venga punito. Le statistiche della Corte Europea per i Diritti Umani ci danno subito un dato abbastanza agghiacciante: l’Italia è il paese dell’Unione Europea con più procedimenti per violazioni di diritti umani, seconda in tutto il continente europeo solo alla Turchia, seguita poi dalla Russia. E su ben 2,312 procedimenti dal 1959 ad oggi, ben 1,760 ci hanno trovati mancanti.

Siamo il peggior paese di tutta europa per la lunghezza dei nostri procedimenti penali, per la violazione del diritto di libere elezioni e per le violazioni della privacy. Siamo i peggiori nell’Unione Europea per i casi di tortura, e il quinto in totale per le violazioni dell’Articolo 3 della convenzione sui diritti umani, quello che parla di tortura e trattamenti degradanti ed umilianti da parte delle forze dell’ordine. Sopra di noi solo la Grecia, la Bulgaria, la Romania e la Polonia. Abbiamo dieci volte più provvedimenti per violazioni della Germania, e cinque volte di più di tutte le nazioni Yugoslave messe insieme (che fino a vent’anni fa erano in guerra e commettevano genocidi, just saying). All’interno dei paesi dell’Unione Europea siamo al secondo posto per le violazioni del diritto di avere un processo equo e per la violazione delle leggi vigenti, quarto posto per violazioni del diritto di cure, e al secondo posto pari merito tra le sei nazioni in totale che hanno mai violato il diritto all’istruzione. Non c’è tanto da sorprendersi quindi che in Italia avvengano fattacci come questo, o del perchè Mark Covell, giornalista inglese finito in coma per le botte della Celere quella fatidica notte, dica apertamente in un’intervista che un crimine come quello della Diaz non potrebbe mai succedere in Europa, ma potrebbe facilmente succedere di nuovo da noi.

Violazioni dei Diritti Umani per nazione, pagina 1: L’Italia è la terza dal basso

Il secondo problema lo esprime benissimo invece Luigi Manconi in un suo articolo su Internazionale.

Esiste in Italia — e qui cito — “una forma diffusa di preoccupazione non per ciò che le polizie, in nome e in forza della legge possono compiere, ma per ciò che possono compiere contro la legge”. L’Italia e gli italiani hanno a tutti gli effetti paura della polizia. E fin qui normale. Io non sono di certo uno di quelli che scrive ACAB con le bombolette sui muri, ma io, come nessun altro in Italia, mi scorderò mai i Giuliani, gli Aldrovandi, i Lonzi, i Rasman, Sandri, Uva, Cucchi e Bianzino di questo decennio e dei precedenti. Io ho questi come moniti, e chi è più vecchio di me ne ha molti di più.

Ma avere paura della polizia è una reazione naturale, in un paese in cui le forze dell’ordine girano armate. Il problema è quando anche il governo ne ha paura. Il problema è quando le forze dell’ordine rappresentano un lato della politica, quello dell’estrema destra violenta. Il problema è quando i poliziotti costringono gente insanguinata e dolorante a cantare canzonette fasciste per umiliarli, per prendersi una rivincita verso coloro che sono visti come “gli altri”, “le zecche”, “quelli di sinistra”. Quando la polizia è “di destra” e il manifestante “di sinistra”, allora i massacri a manganellate, gli insulti e la violenza perversa, diventano la normalità.

La tortura non è qualcosa di meccanico. Non sono in molti quelli capaci di commettere atti tanto orrendi “perché me l’hanno ordinato“. Perfino i nazisti diedero i campi di concentramento in mano alle SS perché i normali soldati della Wehrmacht si rifiutavano di sparare in testa a vecchi, donne e bambini. Possibile che su 150 poliziotti quella notte, fossero tutti psicopatici? No. Non, credo. Non è che noi italiani siamo più violenti. Credo che la politicizzazione delle forze dell’ordine, questo binomio Guardia vs. Anarco-Comunista che fa tanto Anni di Piombo, unica del nostro paese, sia il problema. In UK se ti va male trovi una guardia psicopatica, ma gli altri saranno ok. Da noi basta mettere qualche decina di uomini pieni di fervente odio verso “il comunista“, e le manganellate vengono date con gusto, con goduria proprio, il che porta alla tortura, alla violenza eccessiva ed inumana, all’agente che taglia i rasta ai manifestanti tra un calcio nei denti e l’altro. E il poliziotto che non ci sta, che le botte non le vuole dare, dice “Basta!” ma alla fine tace per spirito di corpo, perché tutti ci odiano, anche i politici, e quindi dobbiamo proteggerci da noi, roba che il sindacato pur di proteggere i suoi agenti arriva a denunciare la sorella di un morto ammazzato per diffamazione, ma quella è un’altra storia.

E il politico, il Ministro dell’Interno, non muove un dito, per paura della polizia. Il politico che probabilmente, a detta del PM Emilio Zucca a capo dell’inchiesta sulla Diaz ha promesso l’immunità alle bestie che la notte tra il 21 e il 22 Luglio sono entrati e hanno picchiato con la violenza di chi sapeva che non sarebbe mai stato punito.

Il terzo problema, per finire, è proprio l’impunità. Perché non è del tutto vero che nessuno è stato condannato. Per il massacro alla Diaz sono stati condannati 17 agenti il 5 Luglio 2012 per falso aggravato e calunnie. Gli agenti che hanno messo le molotov nella scuola e poi accusato i manifestanti picchiati di terrorismo, quello che si è piantato da solo un coltello nel corpetto per dire di essere stato attaccato da una delle sue vittime, sono stati condannati dalla Corte di Cassazione. A qualche anno. Due, tre quattro. Condanne che non verranno mai scontate, ridicole in confronto ai quindici, dieci e otto anni che hanno ricevuto i 25 manifestanti arrestati e condannati per “devastazione e saccheggio“, un reato che non veniva usato dal ventennio fascista. Per Bolzaneto, e il massacro e la tortura di 222 detenuti sono state condannate altre 7 persone. Ventiquattro totali. Ventiquattro su circa 300. Poco più di 100 anni complessivi di carcere. E nessuno per le botte, le umiliazioni e le torture.

Perché? Perché in Italia il reato di lesioni gravi, in cui rientrano i crani spaccati, i danni alla spina dorsale, le perforazioni polmonari e le costole fratturate subite dai manifestanti, ha una pena massima di sette anni. Il che vuol dire che nel 2012, quando la Cassazione ha confermato le condanne, tutte le accuse di lesioni gravi sono state prescritte, lasciando le briciole, il falso e le calunnie, come se mettere due molotov nella scuola fosse stato un reato più imperdonabile che la mattanza che fu commessa. L’unica forma di giustizia è proprio quella ottenuta da Arnaldo Cestaro, picchiato all’età di 61 anni dai poliziotti nella Scuola Diaz, ieri a Strasburgo.

Arnaldo Cestaro torna alla Diaz dodici anni dopo

Perché l’Italia, unico tra i paesi dell’Unione Europea, non prevede l’imprescrittibile reato di tortura. A ventisette anni dalla ratifica della Convenzione ONU sui Diritti Umani, siamo gli unici a non averlo introdotto nel nostro ordinamento. Anche di questo ieri, la Corte di Strasburgo ha ritenuto l’Italia colpevole. Ha ritenuto noi colpevoli.

Lasciando che un avvenimento come questo passasse in secondo piano, dimenticandocene, lasciando che nessuno venisse punito, lasciando che Ministro dell’Interno dopo Ministro dell’Interno, Sindacato di Polizia dopo Sindacato di Polizia nessun provvedimento per l’introduzione del reato di tortura nelle nostre leggi venisse preso, ci siamo resi complici delle atrocità successe in quella notte.

La colpa è nostra. Di tutti, tranne di quei poveretti che da quattordici anni urlano di essere stati torturati, e che per essere finalmente ascoltati hanno dovuto chiedere aiuto a Strasburgo, perché lo stato il cui compito sarebbe di proteggerli e difenderli li ha selvaggiamente picchiati, e poi zittiti.


Questo articolo è stato originariamente pubblicato l’8 Aprile 2015 su Il Ballo del Cervello

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Laureato in una di quelle materie di cui si professa esperto anche il mio barista, mi sbraccio per non annegare nella mia misantropia. Odio quasi tutto, e quasi tutto odia me. Per rimanere nel personaggio, mi nutro quasi esclusivamente di alcolici, carne rossa ed aspartame, e solo perchè io e la nicotina ci siamo lasciati. Passo quindi le mie giornate a lamentarmi, a digrignare i denti e a scrivere, ma il tutto con una certa joie de vivre. Controverso è per me una scusa per dire quello che penso senza pagarne le conseguenze: mi occupo di politica per compiacere la mia famiglia, ma in realtà mi interessano solo i fumetti e i videogiochi.

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