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Il prezzo del Family Day sul Pirellone di Milano

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Vivo a Milano da sette anni, e durante questi sette anni ho avuto la sensazione che un movimento e una rete sociale vera e propria non esistessero.
Non parlo di amici o di luoghi in cui trovarsi, di questi periodicamente ne spuntano decine, forse centinaia persino. Mi riferisco a realtà che lavorano ogni giorno per creare comunità politica, sociale.

Questo è uno dei due aspetti che mi hanno amareggiata e ferita rispetto all’affaire Pirellone: la scritta FAMILY DAY apparsa ieri, 22 gennaio 2016, sulla facciata del Palazzo della Regione a sostegno della “famiglia tradizionale”.
L’altra parte della storia riguarda proprio la scritta in sé, che dal momento in cui si è illuminata, ha spento quel poco di credibilità e dignità rimaste alla città di Milano e al nostro povero stato. Lo scrivo con la s minuscola, perché la maiuscola non se la merita.

Permettetemi di argomentare attraverso un discorso elementare (in senso buono) come quello delle tasse.
Le pago e non sono qui a vantarmene, ma a vergognarmi dell’uso che se ne è fatto. Vengo dall’Emilia-Romagna, una regione bella, concreta e sincera. Ho cambiato residenza perché a Milano vivo e lavoro e mi piace immaginare la mia residenza qui come uno scambio, reciproco, consenziente. Perciò non ho problemi a contribuire per quello che posso al miglioramento di questa città, ovviamente anche versando dei contributi economici.
Non mi aspetto però, e soprattutto non mi merito, che i miei soldi vengano investiti in operazioni di questo genere. La scritta comparsa sulla facciata del Pirellone è una vergogna, per Milano e per uno stato diventato meschino e populista, codardo, bugiardo, ripugnante. Pago le tasse e i miei soldi vengono usati per illuminare la facciata del Palazzo della Regione (rendiamoci conto) con una scritta talmente viscida e aggressiva che nemmeno mi offende: mi ripugna e basta.

Restituitemi i soldi. Ma soprattutto sarebbe ora che venisse restituita dignità alla politica (tutta), alla società e all’Italia. Perché strumentalizzare un tema di attualità, come per esempio in questo caso l’estensione dei diritti e delle tutele della famiglia (o di qualcosa di simile) alle coppie di fatto, per meri obiettivi di propaganda, è ormai una brutta metodologia della Repubblica Italiana. Ma che lo si arrivi a fare sfruttando, come pubblica vetrina, un palazzo istituzionale è uno scempio, un oltraggio, un colpo di stato.

Non mi capacito di come siamo potuti arrivare a questo livello di mancanza di rispetto per le istituzioni e la loro autorevolezza. Ma soprattutto non mi capacito della nostra rassegnata accettazione.

 Ma soprattutto non mi capacito della nostra rassegnata accettazione.

Credo fermamente che esistano ancora città in grado di creare comunità, anche ristrette seppur forti, come Bologna, nella quale l’oltraggio di cui siamo stati testimoni oggi non sarebbe passato sotto silenzio, ne sono certa. Qui si è annunciato un “tweet bombing”, ne abbiamo parlato su Facebook, ma una vera azione umana, di carne e ossa e cervelli e cuori che scendono in strada si uniscono e fanno sentire la propria rabbia, il proprio disgusto, urlano il proprio “non ci sto” non si è verificata per niente. E mi fa quasi più male di quel becero slogan illuminato male. 

Sono sinceramente stupita, amareggiata e delusa dalle associazioni che non hanno organizzato nulla, non hanno proposto nessuna azione di risposta, non hanno nemmeno fatto sentire la propria voce.

La notizia della scritta sul Pirellone è uscita 5 giorni fa, quando Maroni ha dichiarato (dopo la seduta del Consiglio Regionale) “Le polemiche sono il sale della comunicazione. Noi comunque venerdì avremo una riunione di Giunta e aderiremo al ‘Family Day’, mandando il gonfalone. E delibereremo di illuminare la facciata del Pirellone con la scritta ‘Family Day’, un’idea che mi piace” aggiungendo che “la Costituzione italiana riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, è la Costituzione della Repubblica italiana”.

Mi permetto un breve inciso, ricordando che la Costituzione italiana è entrata in vigore il 1 gennaio 1948, sono passati quasi 70 anni e qualcosina nella società è cambiata. Che il Parlamento, nell’unione della Camera e del Senato ha il potere legislativo. E che soltanto i primi 12 articoli della Costituzione sono inviolabili e non modificabili, perché trattano di principi fondamentali, irrinunciabili per mantenere lo spirito repubblicano.

Tra questi non si parla di famiglia, società naturale fondata sul matrimonio.

Tra questi 12 articoli non modificabili, invece, si dice:

Articolo 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.  

Articolo 7
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi.
Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale. 

Articolo 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Ognuno tragga i propri collegamenti e le proprie conclusioni. 

Resta il fatto che organizzare una manifestazione prettamente politica come la scritta FAMILY DAY sulla facciata di un palazzo regionale e quindi appartenente allo stato italiano, è un atto politicamente violento, a sostegno di una causa perorata da una parte e solo una parte del Parlamento italiano e che quindi rappresenta il pensiero di una parte e solo una parte del popolo italiano. È un atto vile e prepotente, che offende l’intelligenza di questa nazione, ormai martoriata e umiliata dall’ignoranza dei suoi rappresentanti politici.

Le associazioni non hanno fatto la propria parte

E allo stesso tempo ha fatto luce sul vuoto, di partecipazione sentita, vissuta, vera.
Le associazioni non hanno fatto la propria parte. Non so perché Milano non abbia la capacità di trasformare in lotte l’indignazione della gente. O se la gente non sia più in grado di portare sé stessa fuori dai propri status di Facebook. Status che, peraltro, le associazioni non sono nemmeno state in grado di fare, perché non hanno pubblicato nulla nella grande maggioranza dei casi (ho trovato solo un paio di post di una pagina a tema diritti lgbt e l’invito a un evento organizzato alle 3 della scorsa notte, che avrà luogo stasera nel tardo pomeriggio, ma non sono riuscita a capire chi l’abbia organizzato. Mentre altrove, ovunque, tutto tace). Non hanno cercato lo scambio, la riflessione, l’adunata perlomeno social, se non nelle piazze. Hanno avuto 5 giorni di tempo prima che si accendesse quella scritta, prima di (farci) ricevere uno schiaffo porgendo apertamente la guancia. Magari non lo avremo impedito, sarebbe comunque successa quella scritta vergognosa, ma non l’avremmo incassata così, in questo silenzio che fa due volte male.

Avrei voluto che davanti al Pirellone ieri sera ci fossero tante persone insieme a dire basta.
Avrei voluto che questo svegliasse noi, una comunità che esiste ma non si incontra, avrei voluto che ci facesse alzare dai divani, uscire dai ristoranti, dai locali, salire su tutte i car sharing, i taxi, le bici della città per confluire spontaneamente davanti a quel pezzo di vetro freddo reso infame da uno slogan strumentale, che non appartiene nemmeno più alla realtà. Avrei voluto tutti noi insieme davanti al Pirellone, per scattare la foto che avremmo mostrato ai nostri figli (anche quelli che non vogliamo), la foto del giorno in cui, avevamo detto basta e cambiato il finale di questa storia.

–  Giulia Sbernini

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