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Marco Cappato: cronaca di un suicidio assistito

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Un’assunzione di responsabilità è ciò che chiede ripetutamente Marco Cappato allo Stato italiano. Una presa di responsabilità che ha voluto rappresentare autodenunciandosi ai Carabinieri martedì 28 febbraio. Alla Caserma dei Carabinieri di Via Fosse Ardeatine, a Milano, ha raccontato quello che ha fatto e quello che farà: come ha aiutato Fabiano Antoniani, noto anche come Dj Fabo, a ottenere assistenza medica alla morte volontaria, dopo che era rimasto cieco e tetraplegico per oltre due anni in seguito a un incidente stradale. Come, sabato 25 febbraio, verso mezzogiorno, abbia guidato la sua auto fino alla clinica Dignitas nella provincia di Zurigo, come lo abbia assistito mentre venivano svolte le visite mediche prescritte dalla procedura svizzera, fino all’ottenimento dell’eutanasia avvenuta attraverso l’autosomministrazione del farmaco.

 

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© Manuel Guastella / Nuk Agency

Dichiara di voler continuare  a raccogliere fondi per supportare economicamente e materialmente chi richiede il suicidio assistito, tramite l’associazione Soccorso Civile, di cui fanno parte anche Mina Welby e Gustavo Fraticelli. Almeno fino a quando “non si sarà data finalmente risposta” in merito al testamento biologico, “una risposta magari diversa dalle regole ideali che vorremmo noi, ossia di eutanasia legale opposta a quella clandestina, ma che ci deve essere. Aveva ragione su questo il presidente Napolitano: l’unico atteggiamento intollerabile è il silenzio da parte del parlamento e della politica”.

 

© Manuel Guastella / Nuk Agency

Le persone che si rivolgono a Cappato hanno il difetto di essere invisibili. “Se i malati terminali potessero bloccare il traffico e le stazioni per settimane come hanno fatto altri” afferma Cappato, “la legge sull’eutanasia sarebbe passata 40 anni fa, quando la presentò Loris Fortuna”. Invece, si finge tuttora di ignorare l’esistenza di persone che per ricevere l’eutanasia si recano all’estero e di altre persone che li supportano, per non risolvere la contraddizione tra i diritti costituzionali di libertà e autodeterminazione e “un codice penale scritto in epoca fascista, che non distingue tra l’aiuto a un malato che vuole interrompere le proprie sofferenze e lo sbarazzarsi di una persona inutile”.

 

Lo Stato italiano”, afferma Cappato, “non può continuare a girare la testa dall’altra parte.” Sebbene i tribunali già si occupino della questione, ritiene che non si possa “lasciare l’esercizio di libertà tanto profonde e tanto delicate all’arbitrio della singola situazione personale”. In Italia non tutti i malati terminali che desiderino porre fine alla propria vita hanno i soldi o le condizioni di trasportabilità per andare in Svizzera. E mentre i casi di Welby, Englaro, Nuvoli, Piludu hanno dimostrato l’esistenza del diritto costituzionale di interrompere le terapie, in assenza di una legge l’eutanasia resta inattuabile per chi non se lo può permettere o per chi si trova contro medici, familiari o istituzioni locali.

 

© Manuel Guastella / Nuk Agency

A chi gli ha domandato se spera in un processo, Cappato replica che “un processo potrebbe essere una buona occasione, creando un precedente per superare la condizione di clandestinità. Altrimenti, in assenza di un intervento, diventerà evidente che lo Stato non ha il coraggio di assumersi la proprie responsabilità”.

 

– Silvia Kuna Ballero

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