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Perché lottiamo per il matrimonio gay e non per l’aborto?

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Il 1989 per la comunità LGBT è stato un anno storico, che ha visto legalizzato per la prima volta il matrimonio omosessuale in Danimarca. Da allora 22 paesi nel mondo hanno seguito lo stesso esempio, e molti altri hanno inserito nei propri ordinamenti istituti appositi per permettere alle coppie dello stesso sesso di unirsi davanti alla legge.

Nel 2005 abbiamo esultato per la Spagna.  L’anno scorso per le strade tutti inneggiavano al progressismo dei cittadini irlandesi che con un semplice referendum hanno deciso che tutti dovrebbero avere gli stessi diritti, e nel corso degli ultimi sei mesi il dibattito in merito si è infiammato anche in Italia grazie soprattutto alla presa di posizione di politici come Monica Cirinnà che – letteralmente – hanno deciso di metterci la faccia.
Finalmente anche quello che ormai era – e diciamocelo, è – considerato il fanalino di coda dell’Europa occidentale in ambito di diritti ha deciso di darsi una svegliata, facendo dei passi avanti. Accartocciati, certo, ma avanti.

Ormai la voce dei diritti si è fatta sempre più chiara e risuona sui palchi di tutto il mondo, nelle piazze, in televisione, in radio, al cinema e nelle case dei singoli cittadini: se pensi che l’amore debba avere un solo genere o un solo orientamento preparati a rimanere deluso, perché noi non ci fermeremo.

Quando la comunità religiosa si è detta scandalizzata, abbiamo riso. Quando Kim Davis – l’impiegata statale del Kentucky che ha rifiutato di rilasciare licenze matrimoniali a coppie omosessuali – è stata arrestata abbiamo festeggiato perché finalmente abbiamo visto gli ingranaggi della giustizia muoversi per il verso giusto. Poco conta che fosse dall’altra parte dell’oceano: una vittoria è una vittoria. I diritti sono diritti.

Ma ne siamo davvero sicuri?

Perché mentre noi eravamo impegnati a festeggiare, le autorità irlandesi obbligavano – e obbligano tutt’ora – le cittadine a portare a termine qualsiasi tipo di gravidanza, limitandosi a concedere l’aborto solo quando la salute della gestante è a rischio. E ci sono stati comunque numerosi casi di donne costrette a portare in grembo per settimane un feto non vitale in attesa delle cure necessarie.

Nella gay-friendly Spagna il governo sta cercando di far passare una legge che obblighi le ragazze minorenni ad ottenere il consenso dei genitori prima di poter accedere all’interruzione di gravidanza. E questo è solo l’ultimo dei moltissimi attacchi che i partiti ultra conservatori stanno cercando di sferrare alle donne del paese. Ma viva Zapatero!

Ve la ricordate la Corte Suprema degli Stati Uniti? Quella che poco tempo fa si è tinta di arcobaleno estendendo a tutti gli stati federali il matrimonio omosessuale? È la stessa che ha autorizzato i datori di lavoro a rifiutare la copertura assicurativa per il controllo delle nascite alle dipendenti per motivi religiosi.
Sempre nella terra del grande sogno americano, ogni giorno le cliniche che praticano aborti (generalmente le Planned Parenthood, che non si limitano a questo tipo di servizio ma offrono alle donne anche prevenzione e assistenza sanitaria a basso costo) si vedono tagliare i fondi e aumentare le restrizioni, venendo in molti casi costrette a chiudere.

Da gennaio in Italia – notizia passata in sordina se non fosse per qualche gruppo di donne indignate – la multa per il ricorso all’aborto clandestino è stata aumentata di 200 volte. Da 51 euro a cinque o dieci mila. Azione motivata dal tentativo di salvaguardia della salute femminile. Stessa salvaguardia che non ha cercato alcun tipo di soluzione al motivo per cui così tante donne si rivolgono a strutture non idonee: abortire nella legalità nel nostro paese è sempre più difficile. E da gennaio, sarà anche sempre più costoso.

Ma di queste cose si parla poco e, quando lo si fa, male.

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Alabama, Lousiana e New Hampshire hanno tolto alle cliniche che praticano aborti fondi statali. Prima di loro è toccato ad Arizona, Arkansas, Colorado, Indiana Ohio, Texas e Wisconsin.

Nell’immaginario collettivo il diritto al matrimonio è solo una delle tante battaglie di una guerra su più fronti, una guerra che cerca la rivoluzione culturale della nostra società. Ma è davvero così?

Il diritto al matrimonio in fondo non riguarda il sesso, riguarda l’amore. E chi può essere contrario all’amore? Non solo, legalizzando le unioni omosessuali in qualunque maniera possibile si lega questo tipo di amore, considerato diverso dai più, ad una serie di valori e di schemi entro i quali ci sentiamo a nostro agio. Il matrimonio è inclusivo, significa prendere un impegno con il proprio partner in maniera tradizionale e regolamentata. La persona media vede il matrimonio come una scelta responsabile ed inevitabile. E all’amore persino la chiesa a lungo andare non può opporsi.

Piuttosto che rappresentare una minaccia le unioni gay offrono all’istituzione del matrimonio un aggiornamento ormai indispensabile […] anzichè molestatori di bambini o istruttori di aerobica solitari, i gay diventano vicini di casa che fanno bricolage e organizzano barbecue.
-Katha Politt

Al contrario ci sono diritti che non faranno mai sentire le persone a proprio agio, primo tra tutti quello alla sessualità e alla riproduzione. La libertà sessuale è qualcosa che viene ancora guardata con sospetto dai più, con un occhio critico dietro alla facciata di apparente accettazione. Perché anche se non ce ne si rende conto, ciò che mina al costrutto di base della società fa paura. Alcuni tra gli uomini più progressisti del pianeta digrignerebbero i denti all’idea di avere a che fare con una donna che abbia avuto più partner di loro, apriti cielo se più di uno alla volta.

l’aborto non è solo omicidio per i conservatori di tutto il mondo, ma sostituisce l’immagine della madre di famiglia, della donna casta, di quella che abbraccia i valori di generazioni e generazioni con quella di una donna egoista e poco incline al sacrificio, che vuole godersi quanti più uomini possibile senza pagarne le conseguenze.

Dove sono le proteste? Dove sono le piazze piene?

A costo di fare la femminista dell’ultima ora, vorrei far notare che a differenza del matrimonio omosessuale, l’interruzione di gravidanza è un affare brutto, sporco e controverso; ma soprattutto è un affare che riguarda solo le donne, e neanche tutte. 

Le unioni omosessuali gli uomini – quelli intelligenti – le vogliono e si battono per esse. E poco conta che le coppie lesbiche siano la maggioranza quando si parla di legalizzare un unione, quelli in prima linea sono gli uomini. Addirittura ad LGBT abbiamo dovuto aggiungere la L perché tutti quelli che pensano alla comunità Gay immaginano quattro manzi freschi di palestra che ballano su un carrozzone.
Non solo: tutti potrebbero avere un figlio omosessuale, uomini e donne, anche quelle che mai e poi mai si avvarrebbero dell’IVG.
Invece è ancora radicata nella nostra cultura l’idea che se educherai bene tua figlia, se le insegnerai a rispettare dei valori simili ai tuoi, allora non avrà mai bisogno di abortire. L’aborto non è una condizione della natura umana. Mentre non si può scegliere chi amare, si può scegliere se fare o meno sesso. Una donna che richiede un’interruzione di gravidanza è giudicata pigra, lasciva ed irresponsabile, e la tutela dei suoi diritti non è ancora un’ovvietà,  al contrario di quelli degli omosessuali. Le donne che interrompono la propria gravidanza vengono isolate, perché nessuno vuole identificarsi in loro. Nemmeno le altre donne, quelle serie.

Certo, ci sono casi di uomini sufficientemente maturi e coinvolti da battersi accanto a chi vuole che questo diritto venga rispettato ma la maggior parte semplicemente non se ne cura, mentre troppi ancora guardano al corpo femminile come ad un incubatrice. Almeno fino al momento in cui ad essere incubato è il frutto di un loro errore, ma anche allora la vera responsabile è la donna, perché doveva pensarci prima di fidarsi di uno così.
Nessun uomo versa milioni per questa causa, come invece molti hanno fatto per quella LGBT, nessuna star minaccia di andarsene dal proprio paese in caso non venga rispettato il diritto alla salute delle donne e non credo che a Sanremo vedremo mai nastri rosa per difendere una legge di cui gli obiettori di tutta Italia hanno deciso di fare una barzelletta.

Avete mai visto un’azienda schierarsi pubblicamente a favore dell’interruzione di gravidanza come è stato per le unioni omosessuali? O un politico negli ultimi anni metterci la faccia come ha fatto Monica Cirinnà? No. Perché? Perché l’aborto non paga. Anzi, l’aborto costa.

A differenza delle unioni omosessuali – che non intaccano nessun ruolo di potere nella società e non costano a nessuno, per quanto vogliano farci credere il contrario – il diritto alla salute delle donne ha un prezzo, e non è un prezzo irrisorio. Non si parla solo di termini economici, ma sociali. La contraccezione e l’interruzione di gravidanza danno più potere alle donne, venendo associate inevitabilmente alla causa femminista. Avete presente quelle tizie che urlano sempre, odiano gli uomini e girano per le piazze con scarpe ortopediche inneggiando alla rivoluzione di genere? Volete davvero accostarvi a loro?

Quindi care donne, non aspettatevi molto presto di vedere altri che lottino insieme a voi per qualcosa che è solo vostro, e come tale viene considerato. Non aspettatevi le bandiere arcobaleno dietro i vostri striscioni che chiedono di rispettare il vostro diritto ad una sessualità libera e priva di conseguenze obbligate, e non aspettatevi che i vostri amici che su facebook si sperticano per difendere il diritto all’aborto con commenti e post carichi di fervore – i pochi che lo fanno – siano accanto a voi quando chiederete che venga rispettato.
Ma sapete,  in fondo non mi aspetto nemmeno che lo facciate voi.  Perché l’aborto, purtroppo, non è semplicemente un affare femminile: è un affare da puttane.

E in piazza probabilmente, quando non ne potremo davvero più, ci andremo solo noi.

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Aspirante giornalista, aspirante scrittrice, aspirante dominatrice del pianeta e aspirante cittadina di un paese in cui tutti vengano trattati alla stessa maniera, ho iniziato a scrivere un nefasto giorno della mia infanzia e da allora non ho più smesso. Femminista un po’ per caso e paladina dei diritti civili per vocazione, ho un sogno del cassetto: arrivare al governo ed istituire il reato di stupidità manifesta. Su Controverso parlerò di tutto ciò che non va nel mondo e nei suoi abitanti, il che ci garantirà argomenti di discussione per i prossimi dieci anni.

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