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Siamo tutti Dibba? Le bufale e chi ci crede

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Cari lettori, è di questi giorni la notizia, rimbalzata un po’ ovunque, che uno dei campioni mondiali della bufala è il pentastellato Di Battista, “Dibba” per gli amici. Eroe della “gggente”, deputato “del popolo”, ha affermato che la Nigeria è al 60% in mano ai fondamentalisti di Boko Haram (prima o poi Julius farà un articolo in merito) ed il restante territorio è contagiato dall’Ebola. Tale panzana (questo è, senza troppi giri di parole) ha fatto letteralmente il giro del mondo, tanto che il New York Times ha ben pensato di includerla nelle migliori balle enunciate nell’anno appena trascorso.

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E vai!!

Non è la prima né sarà l’ultima volta che un esponente politico la spara grossa, tanto che ormai non ci stupiamo più. Ci sono balle funzionali a sostenere una determinata linea politica (specialmente quando si parla di bufale a sfondo razziale e sociale), e non sorprende che le teorie complottiste abbiano maggiore presa su chi si riconosce negli estremismi.

Basta pensarci un attimo: gli estremismi sono spesso sobillati dalla percezione (vera o presunta che sia) di ingiustizia ed ineguaglianza, le stesse condizioni descritte dai complotti che, pertanto, hanno più possibilità di essere accettati dato che vanno incontro al pensiero di tali frange. Una sorta di circolo vizioso in cui chi crede ai complotti non tarda a propagandarli.

Piuttosto: siamo un paese di creduloni? A leggere i social network, la bufala è dietro l’angolo, servita ed impiattata meglio delle ricette di Masterchef. Due sono le domande quindi: come nasce una bufala e perché tanti ci credono?

La prima questione è vitale per comprendere i circoli viziosi di cui sopra. Spesso le bufale sono notizie “verosimili”, un po’ come quelle che pubblica il sito Lercio.it, solo che le notizie di Lercio sono dichiaratamente satiriche e nessuno ci cascherebbe.

No, non è vero, ci cascano eccome, persino Repubblica ha “citato” Lercio come fonte per una notizia, tenendo per veri fatti inventati dal sito satirico. Esemplare caso di applicazione della legge di Poe, esplicata nel mio precedente articolo.

Si diceva, la verosimiglianza. Ma non solo, una bufala per “attecchire” deve sfruttare il fertile terreno del disagio. Di ogni tipo possibile, che sia sociale, razziale, di genere, e via dicendo. Così, in un particolare momento in cui la paura viene da emigrati, guerriglieri fondamentalisti e crisi economica, le bufale che riescono a guadagnare terreno nella mente delle persone sono quelle che si riferiscono a questioni all’ordine del giorno.

Si tende a credere ad una bufala perché è verosimile il sistema che descrive. O meglio, ci fa credere che sia un sistema semplice, estraendo dalla sua complessità (molte cose sono complesse, e su quasi tutte c’è un complotto) le informazioni che rendono credibile la storia. Questo lavoro di estrapolazione ha un nome ben preciso, e fa parte delle più comuni fallacie logiche: “cherry picking”, letteralmente il “raccogliere ciliegie” che indica la scelta selettiva di determinati argomenti. Più comunemente potremmo dire “tirare l’acqua al proprio mulino”. Una bufala fa proprio questo (quando non è inventata di sana pianta): sceglie di segnalare ed evidenziare, tra molte posizioni contrarie alla teoria che espone, le poche ed uniche che la supportano. Poco importa che a loro volta tali posizioni siano basate su dati errati e siano espresse spesso da completi svitati, il punto è che sono funzionali allo scopo.

Quale sarebbe però lo scopo di una bufala?

Mhm?
Mhm?

Non è chiaro, alcune nascono come leggende metropolitane cui ad un certo punto si è cominciato a credere. Le scie chimiche fanno parte di questa categoria, tanto per fare un esempio. Altre sono più riconducibili a vere e proprie bugie intenzionali, volutamente diffuse per alimentare un clima di odio e diffidenza in cui è più facile che gli estremismi acquisiscano consenso. Bufale razziste contro gli immigrati sono all’ordine del giorno proprio per queste ragioni.

Sul perché tanti credano alle bufale, nello specifico se gli italiani siano un popolo di creduloni (oltre che di sparaballe, cosa assodata), un dato può dare delle indicazioni: l’analfabetismo funzionale, cioè l’incapacità di comprendere correttamente un testo articolato (come un contratto o una notizia) in Italia si attesta al 47%, quasi la metà della popolazione. In altre parole una persona su due non comprende a fondo ciò che legge, ed è incapace ad estrapolare il senso corretto.

A questo dato, già di per sé preoccupante, si unisce la tendenza ad utilizzare il pensiero emotivo più di quello critico, ad agire di pancia piuttosto che di testa. A volte non è un male, intendiamoci: le scelte emotive non necessariamente sono sbagliate, ed anzi in psicologia si parla di euristiche, cioè scorciatoie decisionali basate più sulle percezioni che sull’analisi minuziosa della questione.

Diventa un male quando agiamo “di pancia” in mancanza di corrette informazioni o, piuttosto, quando non siamo in grado di analizzarle: così crediamo alle bufale, ignorando la mancanza di coerenza che queste portano inevitabilmente con loro.

Siamo tutti Dibba insomma? No, grazie, si può essere migliori.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 20 Febbraio 2015 su Il ballo del cervello

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In direzione dei 40, dopo una laurea in psicologia opero nel settore della disabilità. Controverso Magazine arriva per me nel momento giusto, dato che il mio ego necessitava di un contenitore ancora più ampio dei precedenti. Pertanto mi troverete qui a dialogare (ma anche a dilagare) sulle tematiche più disparate, che facilmente possono includere la ricerca scientifica, la divulgazione ed i complotti. Non disdegno questioni di attualità o argomenti più frivoli, che affronto comunque in modo quanto più possibile razionale e con quel filo di cinismo che mi rende lo zio alla lontana, un po’ stronzo ed egocentrico, che quasi tutti vorremmo avere.

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