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Soffrono tutti, anche le teste di cazzo

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Più o meno tre anni fa – due, quando ho originariamente scritto questo articolo –  più o meno verso sera, è morto mio padre.
Vi chiederete perché ne stia parlando proprio ora, perché rendere la cosa oggetto di un pezzo su uno dei tanti blog di internet. Perché mio padre era più o meno famoso.
Mentre fiori, doni e manifestazioni di sentito dolore si affollavano davanti alla sua bara, io guardavo da lontano, sentendomi quasi in colpa per le risate isteriche che non riuscivo a trattenere, a dir poco ridicole se messe a confronto con i singhiozzi disperati della maggior parte dei presenti.

Ho odiato quei presenti.
Loro non avevano il diritto di piangere. Quanto potevano essere vere le lacrime versate da sconosciuti sulla scomparsa di qualcuno di cui sapevano troppo poco anche solo per considerarlo un essere umano? Cosa ne sapevano loro del lato umano? Dell’ottimo o pessimo padre che poteva essere stato, del modo in cui guidava quando da piccola voleva farmi ridere o dei silenzi imbarazzati di quando non sapeva come rispondere?

Quei presenti non piangevano una persona, piangevano un’idea.

 

Avrei voluto intitolare questo post “quando muore uno famoso”, ma Zerocalcare l’aveva già fatto prima di me, e io come fumettista ho meno talento di un seme di pistacchio.

Quando muore uno famoso una piccola parte del mondo si blocca. Solo per un minuto, certo, ma succede. Ci si guarda attorno sgomenti, si versano lacrime e ci si stringe gli uni agli altri nel sentirsi protagonisti di una perdita che si avverte come personale.
Io almeno ho fatto così quando è morto Michael Jackson. Probabilmente se avessi avuto Facebook sarei stata una di quelli che invadono l’homepage altrui con lamenti da prefica (Nda Prefica non è una parolaccia, erano le donne che nell’antica Roma venivano pagate per piangere ai funerali) sull’ingiustizia del cosmo, battendosi il petto neanche la tastiera diventasse un palcoscenico da opera lirica. O forse – così come è stato per mio padre – li avrei odiati, ritenendo di essere l’unica a stare male nella maniera giusta, l’unica in grado di percepire l’entità della perdita che il mondo aveva appena subito.

Perché non importa l’entità del dolore, ci si sente sempre soli in esso, più meritevoli degli altri.

Quando muore uno famoso, un’altra piccola parte del mondo osserva chi si è bloccato, e si prende qualche secondo per biasimare il suo dolore. Perché se piangi per un cantante, un attore, un autore o uno stilista morto allora non hai mai vissuto sulla pelle la vera sofferenza.

Quando muore uno famoso, c’è una parte un po’ più grande del mondo che scuote la testa con cinismo rendendosi conto che per le masse si vale di più da morti che da vivi, e che l’ansia da elogio funebre assalirà ogni tipo di social Network per almeno 24 ore, una settimana se il tipo era veramente, veramente famoso. E allora tace, per distinguersi da quelle masse a cui è consapevolmente superiore e verso le quali prova quasi disgusto. Perché se soffri davvero l’ultima cosa che ti passa per la testa è scriverci uno status di Facebook. 

E tutti questi sopracitati in un modo o nell’altro condividono il diritto di soffrire. Unico, personale e insindacabile.
Il diritto di chiudersi in casa per tre giorni ad ascoltare sempre la stessa canzone, il diritto di organizzare una maratona di film dello stesso attore o di fissare un libro convinti che possa rivelare una qualche magica verità sfuggita alle prime quindici letture. Il diritto di sentirsi un po’ ridicoli forse, e di realizzare che ci sono cose peggiori di cui vergognarsi che piangere la morte di uno sconosciuto. Il diritto di soffrire per la perdita di un padre, un fratello, un marito o un amico, e di guardare da lontano chi di quel padre, fratello, marito o amico conosceva solo il guscio. Il diritto di fermarsi per qualche secondo e rendersi conto che ci sono persone il cui primo o ultimo respiro è in grado di cambiare il mondo, a volte persino in meglio.

C’è però una piccola parte del mondo che – non ritenendo giusta la morte di tal tizio famoso – alza lo sguardo al cielo e   imprecando contro un Dio un po’ distratto  gli chiede perché invece non abbia ammazzato quell’ altro tizio famoso. Più odiato, forse anche più famoso, ma sicuramente altrettanto umano. Perché devi toglierci Robin Williams mentre Robert Pattinson è ancora vivo? Perché Michael Jackson e non Justin Bieber? Dio, ridacci Pino Daniele e prenditi Gigi D’Alessio, tanto sono entrambi di Napoli, mica te ne rendi conto troppo sai?

Ed è allora che ti accorgi che quando muore uno famoso proprio tutti si bloccano, almeno per un po’, almeno per il tempo di digitare qualcosa.
Ma se sei una testa di cazzo, lo sei anche da ferma.

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Aspirante giornalista, aspirante scrittrice, aspirante dominatrice del pianeta e aspirante cittadina di un paese in cui tutti vengano trattati alla stessa maniera, ho iniziato a scrivere un nefasto giorno della mia infanzia e da allora non ho più smesso. Femminista un po’ per caso e paladina dei diritti civili per vocazione, ho un sogno del cassetto: arrivare al governo ed istituire il reato di stupidità manifesta. Su Controverso parlerò di tutto ciò che non va nel mondo e nei suoi abitanti, il che ci garantirà argomenti di discussione per i prossimi dieci anni.

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